
Il simbolo della città bosniaca è il vecchio ponte ottomano, lo Stari Most, risalente al XVI secolo, che attraversa il fiume Narenta, unendo le due parte della città che il corso d’acqua divide; il 9 novembre 1993, quando in Bosnia Erzegovina divampava una sanguinosa guerra fratricida, le forze secessioniste croate che combattevano contro l’esercito governativo bosniaco, distrussero il manufatto.
L’abbattimento del ponte sotto i colpi di mortaio dei miliziani croati divenne uno dei simboli del conflitto ed ebbe vasta eco sui media occidentali, interrogando le coscienze e risvegliando una consapevolezza su quanto stava accadendo proprio nel cuore dell’Europa, nell’indifferenza delle cancellerie del Vecchio Continente.
Il lavoro di ricostruzione del ponte fu finanziato dall’Unesco che stanziò 12 milioni di euro per rimettere al loro posto le 1088 pietre lavorate con raffinate tecniche medievali, con il contributo più ingente che arrivò proprio dall’Italia che partecipò all’opera con 3 milioni. Il 22 luglio 2004 lo Stari Most è stato finalmente riaperto, divenendo simbolo di Mostar e della pacifica convivenza tra cristiani e musulmani: la foto di Dzeko e Totti, vista in quest’ottica, assume un significato ancora più profondo. O anche più leggero, se lo vogliamo vedere come un ponte tra il passato e il presente della Roma.










