
Gioca di rincorsa e strada facendo spera capiti l’occasione, la curva buona, il circuito dove piazzare la traiettoria vincente. È una squadra che ha meno cavalli nel motore e quattro punti in meno di quella. Ma che ha distribuito fin qui le sue forze in maniera simile a 16 anni fa. Bilanciamento offensivo, perché c’è un +17 sulla casella differenza reti che questa Roma ha espresso con 33 gol fatti e 16 subiti, mentre Capello si «limitò» a 9 reti incassate e 26 segnate. Questione di caratteristiche e di caratteri, perché Spalletti e Don Fabio sono allenatori assai distanti per filosofia, ma entrambi con quel chiodo fisso della disciplina da mettere a punto nello spogliatoio che fa tanto ricerca della felicità.
PARALLELI – E alla fine la felicità la trovi con i giocatori. La trovi con un muro che intimoriva solo a guardarlo in faccia: Samuel stava a quella Roma come Manolas sta a questa. Non è in discussione il potenziale dei due giocatori, ovvio. Ma il peso specifico per i due allenatori è assai simile. Il greco sta bene: nell’ultimo mese ha giocato una sola partita, il naso prima e un guaio muscolare l’hanno fermato ma è storia passata. Il derby sarà suo.
E sarà pure di Nainggolan, che non è un’anima candida, non ha i riccioli ma la cresta, eppure è l’altra faccia della stessa medaglia: la riconquista del pallone è materia che Spalletti chiede a Radja di approfondire il più avanti possibile, fin quasi al limite dell’area avversaria, e che Capello, invece, spingeva Tommasi a fare senza soluzione continuità. Quella continuità di rendimento che Dzeko sta avendo oggi: del paragone e del miglior rapporto minuti/ gol del bosniaco s’è già dibattuto. Quel che va ribadito è che, oggi come allora, la Roma non è scindibile dal suo centravanti. Vale per il derby e per quello che sarà poi.










