
CHE MURO – Senza Vermaelen, De Rossi si è messo lì e ha respinto un po’ tutto quello che c’era da respingere. Quando serviva ha anche scalato tra Manolas e Juan Jesus, allungando la difesa a 5. E quando – con Fazio – Spalletti (a cui si è avvicinato per leggere appunti tattici da riportare ai compagni) ha deciso di giocarci per davvero a 5, è tornato lì davanti a spazzare palloni e coprire le linee di passaggio avversario. Una prova gigantesca per abnegazione e impegno, buttando sul campo tutto il cuore e l’amore che ha per la maglia. «Avrei potuto guadagnare molto di più altrove, ma la mia è una questione di passione, di fede, di amicizie. Il denaro ti può far lasciare Roma per il Chelsea, ma non mi ha mai convinto ad andare altrove. Io sto bene qui e amo questa città e questo club». Ieri in campo l’ha dimostrato, tanto per non tradire le parole.
CUORE ED ENERGIA – Ecco, martedì ci sarà bisogno proprio di questo, di gente che abbia il cuore e il coraggio di buttare tutto se stesso dentro la partita. Era quello che aveva anche chiesto alla vigilia Spalletti, giocatori che fossero nella sfida al 100%. E non è un caso che il tecnico alla vigilia si sia portato dietro proprio De Rossi, aveva bisogno di lanciare un segnale a tutto il gruppo. «C’è da lottare», il concetto. E chi più di Daniele può incarnarlo quel concetto lì? Nella Roma probabilmente nessuno, se non altri due che gli girano spesso accanto come Nainggolan («Sessanta minuti in dieci ci sono costati energia, ma abbiamo lottato. Dovevamo chiuderla prima, è necessario crescere fisicamente», le parole del belga a fine gara) e Strootman. Ma per Daniele è tutto diverso, lui la vive davvero da tifoso. E quando nella ripresa si è immolato tuffandosi con il corpo su uno dei tanti assalti portoghesi ha trovato anche tutta l’essenza della sua gara. Era una battaglia, serviva un guerriero. E Daniele è come se la sua di partita l’avesse già vinta…










