
Mai quanto il terrore, a questo punto concreto, di non andarci proprio, al mondiale, altro che finale ogni dodici anni. «Abbiamo perso il filo conduttore, ma prima secondo me c’era stato. La nostra condizione atletica è scesa nel tempo, ed era impensabile portare a casa il risultato senza attaccare». Il giorno al contrario dell’Italia era stato preceduto da un lungo incontro mattutino tra Ventura e Michele Uva, il direttore generale della Federcalcio che ha ribadito al ct come l’Italia non possa in alcun modo non arrivare in Russia. Nello stesso momento, a meno di un chilometro di distanza, Carlo Ancelotti riceveva il Premio Ghirelli dicendo che no, per quest’anno non allenerà nessuno. Qualcuno gli ha creduto: pochi. Diventati pochissimi, per non dire nessuno, allo scoccare delle 22 e 40, quando l’Italia è uscita dal campo dopo non esserci mai entrata. E Florenzi a casa, a riposarsi. Grande è la confusione sotto il cielo, a strapiombo esatto sullo stadio dove Gian Piero Ventura ha vissuto giorni felici alla guida del Toro, svariate vite fa. Grande è la confusione anche in campo, dove il pubblico ha preso atto della difesa a 3 più due terzini (alcuni protagonisti sono ancora in servizio, altri in disarmo, altri ancora pronti per il prestigioso Museo Egizio, gloria e vanto della città), mentre al Bernabeu si era assistito a quel 4-2-4 che a qualcuno aveva ricordato remoti studi classici, quelle versioni dal greco in cui si narrava di come venga talvolta punita dagli dei la “hybris”, la tracotanza. «Siamo ufficialmente secondi: se andremo agli spareggi, giocheremo gli spareggi», ha chiosato Ventura. Più che altro, siamo ufficialmente in balia dell’alta marea. Crescente e piena, come la luna.









