
Un caso dietro l’altro che tutti insieme fanno un tabù: la Roma americana a Oporto s’era presentata senza lo straccio di una vittoria in trasferta nel curriculum di Champions. L’ultima risale al 2010, a Basilea: in panchina c’era Ranieri e di Pallotta a Roma non aveva mai sentito parlare nessuno. Il Porto aveva cercato di mettere la strada in discesa nel primo tempo, ma liberarsi di una maledizione è più difficile che segnare a porta vuota. E non può che essere una maledizione se proprio a porta vuota Dzeko riesce a farsi chiudere nel primo tempo, dopo regalo di quel Casillas che monumentale a guardar bene non è più.
E chissà se un gol in quel momento avrebbe aiutato a rompere il tabù e ad arricchire il curriculum internazionale. Un curriculum che prima di presentarsi in Portogallo recitava 7 sconfitte in 14 gare della coppa più preziosa dal 2014 a oggi. Una ogni due. Con la miseria di 2 successi (Cska e Bayer), tutti all’Olimpico. Proprio all’Olimpico ora Spalletti dovrà costruire il passaggio a quella fase a gironi che tra premi e diritti tv garantisce un minimo di 28 milioni di incassi. La Roma di oggi non può farne a meno.










