
I GIALLOROSSI – Perché anche se la Roma fa di tutto per gettare acqua sul fuoco, la preoccupazione è reale. E riporta Pallotta ai giorni della Panda rossa di Ignazio Marino, quando l’allora sindaco lo citò addirittura in aula Giulio Cesare: «In questi giorni – disse il chirurgo dem – mi ha telefonato dall’America Pallotta: mi ha chiesto se era vero che mi sarei dimesso, perché voleva sapere che fine avrebbe fatto lo stadio». Ecco: oggi, come allora, quel progetto appare appeso ad un filo. Perché se è vero che, nell’ultima riga dell’ultima pagina del «parere unico» redatto dagli uffici di Palazzo Senatorio si lascia aperta una porticina («condizioni per addivenire ad un parere favorevole») è anche vero che quella via è quanto mai stretta. Significherebbe, in meno di 30 giorni (il termine ultimo è il 2 marzo, ma febbraio ne porta 28…), trovare una quadra sia procedurale che politica. Operazione complicata, specie vedendo i venti di burrasca che soffiano sul Campidoglio, appeso al Raggi-gate. Eppure, nonostante tutto, alla Roma continuano a professare ottimismo. Nessuno parla ufficialmente, ma la presa di posizione era già pronta, e sarebbe uscita se non ci fosse stata la nota del Campidoglio. Visto quel comunicato («c’è la volontà di andare avanti per analizzare il dossier») anche a Trigoria – dove, comunque, in piena campagna elettorale avevano già minacciato una mega richiesta di risarcimento danni in caso di stop all’operazione – si sono un po’ rilassati. «Avete visto? Quel parere è propedeutico proprio alla proroga di un mese concessa dalla Regione», facevano sapere dal club giallorosso. Ma tutte le obiezioni mosse dagli uffici? La possibilità di un cambio di zona, che però farebbe ripartire l’iter daccapo? La corsa contro il tempo? «Tutto si può fare, siamo disponibili a rivedere le cubature e a sistemare le criticità evidenziate. In un mese si può fare». Sempre che, tra un mese, trovino ancora la Raggi in Campidoglio.










