
Il più ottimista tra di noi (romanisti) al momento del varo dei calendari di serie A sfidava il destino e la scaramanzia con proclami tipo «Al derby arriveremo a punteggio pieno». E la considerazione non aveva niente a che fare con la spudoratezza agostana tipica di ogni tifoseria, e in certe stagioni particolarmente coltivata da queste parti, ma solo con la clemenza con cui erano stati dosati gli avversari prima della sfida con la Lazio: Torino in trasferta (l’unico superato di slancio) e poi Atalanta in casa, Milan a domicilio, e poi Chievo, Bologna e Frosinone. Magari non a punteggio pieno, ma 14-15 punti sembravano a portata anche secondo i più razionali, 12 per i più pessimisti. E invece oggi, alla vigilia dell’ultima puntata del miniviaggio, i punti sono 5 e se si batterà stasera il Frosinone si arriverà a 8.
E non è uno scherzo, è un incubo che si è materializzato partita dopo partita, tanto da rimettere in discussione Di Francesco e il suo lavoro, Monchi e le sue scelte, Pallotta e gli allenamenti sui suoi campi universitari, Baldissoni e le sue strategie aziendali, e ogni singolo giocatore che all’improvviso non pare in grado di svolgere il suo mestiere con il minimo di dignità sindacale. Riannodare oggi il nastro delle occasioni sprecate e degli orrori svelati non serve a niente, qui il mare è in tempesta e serve solo remare tutti nella giusta direzione. Frosinone è un porto sicuro e vicino, se la navigazione riprende con un minimo di stabilità, si può tornare a tenere la rotta. Ma la retorica del «Dammi tre punti e non chiedermi niente» non vale più.










