
Dopo un dibattimento acceso, con l’avvocato Perugini che per la Procura sosteneva la tesi dell’applicabilità della prova, e la Roma a difendersi con il legale Conte, il dg Baldissoni e lo stesso Strootman (rimasto in silenzio, però), la Corte ha discusso a lungo. Citando anche la “simulazione assoluta” e “relativa” del diritto romano. Alle 13.28 la sentenza che chiude, anche per il futuro, il discorso: «In linea astratta – scrivono i giudici – la prova tv è sempre ammissibile se l’arbitro ha visto ma non ha percepito la simulazione. Tuttavia, la norma pretende che la simulazione non sia stata, in alcun modo, determinata dal comportamento di un avversario».
E invece Cataldi quella maglia l’ha tirata: «E questa Corte non può entrare nel merito della sussistenza del rapporto tra causa ed effetto in un episodio simulatorio». Insomma: l’intensità di un gesto non può quantificarla la tv. Per lo stesso motivo nel 2007 il Napoli fece cancellare la squalifica di Zalayeta. «Qui – spiega una fonte all’interno della Corte – si rischiava di creare un precedente per concedere appello a qualsiasi decisione arbitrale». Hanno vinto i frame prodotti dalla Roma, i 4 decimi cronometrati in cui Strootman è rimasto a terra. Hanno perso il neo giudice sportivo, Mastrandrea, e il neo procuratore federale Pecoraro: sconfitti al primo vero caso trattato. Loro sì, senza appello.










