
L’allenatore è davanti alla prova del fuoco. Molti giocatori sono stanchi di essere sempre sul banco degli imputati: secondo lui non hanno personalità, hanno il «piedino», adesso sono arrivate le «menti deboli». È sempre colpa loro. Nessuno ne contesta le qualità di stratega — anche se gli errori, da De Rossi difensore contro il Porto ai cambi di ieri, sono evidenti — ma parecchi sono perplessi (eufemismo) dello scaricabarile. Detto questo, i problemi sono anche e soprattutto di costruzione della rosa: Florenzi non è un terzino e Bruno Peres nemmeno, tanto più con la difesa a quattro e messo sulla fascia sbagliata; Manolas deve marcare avversari e compagni, vedi Fazio. A centrocampo la coperta è cortissima, visto che Pjanic e Keita non sono stati sostituiti. Dzeko e Salah segnano solo in casa, Perotti ed El Shaarawy rendono la metà dell’anno scorso. L’analisi di Mihajlovic è stata semplice e affilata: «Sapevo che i loro terzini giocavano molto alti e ho chiesto ai miei attaccanti il sacrificio di seguirli, ma anche di essere pronti a ripartire ogni volta che recuperavamo palla». Il Torino, in campo, sapeva cosa fare. Alberto De Rossi chiese anni fa Andrea Belotti per la Primavera giallorossa. Lo aveva apprezzato nell’Albinoleffe. Walter Sabatini gli ha preferito Jonathan Ferrante (oggi al Savoia in Lega Pro) e Valmir Berisha, il nuovo Ibrahimovic, che ora è senza contratto. Lo stesso Sabatini che, pur di tenere Iturbe ha dato Iago Falque e Ljajic al Torino e adesso pensa alle dimissioni. Magari non da solo.










