
Diga davanti alla difesa, è sempre pronto a fare un passo indietro quando i centrali vanno in infermeria o non danno troppe certezze a chi di turno è in panchina: un ruolo che nel futuro prossimo potrebbe diventare non il vestito della festa ma quello di ogni domenica, perché l’età avanza anche per De Rossi e fare meno metri fa risparmiare fiato per essere decisivi dove serve. Altre 50 o 100 volte ancora, magari. Alle 399 gare di campionato si aggiungono le 53 presenze in Coppa Italia, 49 in Champions League e 18 in Europa League (qualificazioni comprese), 13 in Coppa Uefa e 4 in Supercoppa, per un totale di 536. Il tutto condito da ben 55 gol, di cui 37 nel campionato italiano. E non è finita qui. In questa stagione è stato titolare 11 volte su 13 in Serie A, di cui 9 per tutti i 90 minuti e in 7 occasioni è stato pure capitano. Presente. È servito un suo intervento – da chi di lacune di personalità non soffre affatto – per restituire a Dzekodignità davanti ai tifosi giallorossi: quel dito ad indicare il numero sulla maglia, il vero 9 che la Roma cercava da anni, come a difenderlo e ad elevarlo allo stesso tempo. L’ha fatto sentire a casa sua, a casa di De Rossi e della romanità tutta. Un gesto da capitano.
A lanciare Daniele, si sa, era stato Fabio Capello, che l’aveva voluto in panchina già nell’anno del terzo scudetto, assaggiato più che assaporato davvero, come sogna da una vita di poter fare, vincendo da protagonista. Ma per lui non è mai stato un peso insostenibile: «Si può essere grandi anche senza vincere qualcosa. Legarmi a vita alla Roma è il desiderio che ho fin da bambino». Questa parte l’ha realizzata e continuerà a farlo, America permettendo. Sono 400 emozioni oggi, il domani ne prevede altre ancora: Daniele, to be continued…










