
Non ci aveva messo molto il gigante bosniaco per riprendersi il suo punto di vista sulla Champions da quell’attico e superattico della sua incontestabile superiorità: e adesso sono venti le reti segnate in Champions League, ormai casa sua. Dategli un palla in Europa e la trasformerà in oro, ieri soprattutto nella parte sinistra dell’area: da lì sono nate tutte e tre le sue reti. È successo già al terzo minuto, con quello sventato di Reznik che ha cercato di risalire dalla linea difensiva non considerando la vena ispirata di Kolarov che invece di prima ha cercato proprio lo spazio alle spalle del terzino, magnificamente occupato da Dzeko, che da lì di sinistro non sbaglia mai e prende sempre l’angolino più lontano. Uno a zero appena partiti ed è immediato conforto al viaggio appena ricominciato in Champions dalla Roma.
Che, peraltro, nello specifico di fronte non aveva la squadra sprovveduta che quelli che si fermano solo al nome, o al risultato, potrebbero pensare. Quello di Vrba è un complesso sofisticato di giocatori pensanti che sanno sempre quel che devono fare in campo, anche solo provare a sfruttare quel poco che la Roma ha deciso di lasciare loro, peraltro solo nel primo tempo: un sinistro alto del temutissimo Krmencik, in anticipo su Jesus, dopo una buona trama sviluppata sulla catena di sinistra, e un colpo di testa di Reznik, il terzino di destra, su ennesima iniziativa mancina sull’asse Limberski-Kovarik. Due occasioni che hanno spaventato la Roma e che avrebbero potuto riequilibrare il risultato che poi, nella ripresa, ha preso la forma definitiva. Del resto la Roma di ieri sera era l’ideale prosecuzione di quella vista nel derby, con lo stesso 4231 con interpreti diversi eppure ancora fluido ed efficace in virtù soprattutto della ritrovata vena di tutti i giocatori che col primo fresco e la ritrovata fiducia sono tornati a mostrare tutte le loro qualità.
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