
AVALLARE E AFFOGARE – Di Francesco si ritrova una squadra non adatta al calcio che aveva pensato. E infatti ha dovuto virare su altro, perché non vive di dogmi. Ma è difficile pensare, ad esempio, che un allenatore di questo tipo potesse avallare un acquisto come Pastore (e non solo). Non perché l’argentino sia scarso, ma perché non è funzionale al progetto societario e tecnico: 30 anni e grande stipendio. Eppure ecco Pastore, che faticava e fatica ad inserirsi, al di là degli infortuni. A Cagliari il contributo è stato minimo. Se la squadra è stata smontata, se qualche acquisto non è stato di suo gradimento, perché non lo ha detto? Se invece era tutto come voleva lui, allora è complice. Delle due, l’una.
I CAMBI – E veniamo ai cambi della discordia, visti alla Sardegna Arena. Di Francesco si lamenta e fa capire che in panchina ci fosse il nulla. E’ vero, i cambi sono stati cervellotici, comunque entrano Lu.Pellegrini, da tanti considerato il nuovo Roberto Carlos; Pastore, da tanti ritenuto il fiore all’occhiello dell’ultimo mercato, e infine Juan Jesus, sempre quello che ha fermato Messi otto mesi fa. Possibile che si prendano due gol in quella maniera? Si, ma anche no. Il problema è che con certe sostituzioni si dà un impulso negativo alla squadra, la si consegna agli avversari. Quindi è un fatto mentale: giocatori sfiduciati, allenatore senza soluzioni.
DIRIGENZA-DIVERGENZA – La Roma è fatta di equivoci tecnici, DiFra subisce e combatte la scarsa fiducia che a Trigoria, in tanti, hanno nei suoi confronti. E’ dura andare avanti così, con la terra bruciata intorno. La Roma è una squadra impostata male (colpe della società) ma non è da metà classifica (colpe dell’allenatore). In questi casi ci si dice addio. Il difficile è attaccare il telefono. Attacca prima tu; no, attacca prima tu. Così all’infinito.










