Tra Montella e Spalletti all’Olimpico non è solo sfida per il secondo posto, posizione che al Milan (senza Bonaventura e Bacca, con Bertolacci e Honda) avevano dimenticato e che la Roma vuole consolidare per ergersi a unica, vera anti-Juve. Tra i due allenatori non manca il veleno nascosto, anche se Montella dribbla il tema («con Spalletti avrei meritato di giocare di più, ma l’ho perdonato») e glissa sul perdono a Strootman: «Accetto il verdetto. In Italia c’è troppa cultura del sospetto». Più difficile eludere lo strano caso dell’infinita vendita del Milan. Entro mezzanotte devono entrare nelle casse di Fininvest i 100 milioni della seconda caparra (dopo la prima di analoga entità), concessa al fondo Sino Europe per la proroga del closing fino al 3 marzo 2017. Se i soldi non arrivano, l’operazione salta subito, altrimenti prosegue secondo sviluppi ignoti: closing in qualsiasi momento, magari con nuovi soci europei, oppure mai. Gli intimi di Berlusconi lo descrivono poco entusiasta alla prospettiva che l’affare si faccia. Malgrado i costi del calcio insostenibili per la holding di famiglia, il patriarca di nuovo al centro della politica conosce bene l’utilità del Milan e alimenta le voci sul tormento interiore per l’indubbio affetto verso la squadra.
Secondo i dispacci sulla vicenda, Sino Europe avrebbe rivelato a Fininvest i componenti della cordata misteriosa e sarebbe bislacco che non versasse la nuova caparra: perderebbe i 100 milioni, ufficialmente depositati, della prima. Non meno bizzarro sembra tuttavia che la caparra totale di 200 milioni perpetui l’attuale situazione: l’emissario italiano dei cinesi, l’ad in pectore Fassone, pur rappresentando in teoria il 38 per cento del valore attribuito al Milan, resta un’entità virtuale, col solo potere di autorizzare o vietare ogni transazione. Il mercato verrà gestito da Galliani con budget zero e con l’input berlusconiano della squadra giovane e italiana. È curiosa la presenza di due ds: quello effettivo è Maiorino, quello virtuale Mirabelli. Ma Sino Europe non esce allo scoperto con i 320 milioni residui dell’accordo e con i nomi dei presunti investitori: in Cina si parla tra gli altri del boss della farmaceutica naturale Shu Yuhui, padrone del ricco Tianjin, neopromosso in Super League.
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