Saranno i fregi che lo adornano. O la mancanza di manici che dà l’idea del monolite pesante da sollevare. Fatto sta che l’impressione che da sempre circonda il trofeo che andrà in palio a Istanbul il 20 maggio, è che sia fatto per squadre toste. La Coppa Campioni è diventata Champions, vetrina delle élite che sfoggia globetrotters pallonari ed elargisce fantastilioni a pioggia; la Coppa delle Coppe è scivolata nell’oblio e sparita (…); la Conference è nata di recente (…).
La Coppa Uefa o Europa League ha invece mutato denominazione e più volte formula, lasciando però inalterati supplementi di fatica e competitività. In origine con più partite delle altre competizioni, poi reclutando le degradate dal torneo dei paperoni. In ogni caso in orari e giorni più complessi da gestire nell’ottica del doppio impegno settimanale. È riuscita allo stesso tempo a mantenere alto il livello delle partecipanti, sempre a ridosso delle prime posizioni nei vari campionati. Tradotto: per arrivare in fondo ci vuole forza, personalità, energie psicofisiche in abbondanza.
Lo sa bene la Roma, che ha affrontato lunghe serie di percorsi a ostacoli per diventare la seconda squadra per numero di partite disputate nel torneo, la prima per vittorie (…), l’unica ad aver sfondato il numero dei cento successi (102 al momento), quella con più gol realizzati. Di ogni tempo. Bisognerebbe tenerne conto quando si parla della tradizione europea di questo Club, nobile quanto e più di molti altri d’Italia fuori dai confini. E non soltanto di recente, come le cinque finali continentali disputate certificano.
Certo, nelle ultime stagioni la vocazione internazionale è cresciuta sensibilmente, stabilizzando la squadra della Capitale ai vertici del ranking. L’apogeo raggiunto a Tirana e negato solo da Taylor a Budapest si inserisce in sei annate di livelli altissimi, conditi da tre ulteriori semifinali (…). Estendendo il computo al medio periodo, la Roma è la sola italiana a disputare ininterrottamente una competizione europea dal 2014 e l’unica ad aver raggiunto almeno gli ottavi di finale in ogni torneo continentale al quale ha partecipato. Comprese le tre strisciate del Nord. Per non parlare di tutte le altre, comprese quelle che si ammantano di presunti blasoni.
I numeri non mentono. E le cifre sono aride soltanto per chi non riesce a scorgere le imprese che le costruiscono. Ancora una volta il tabellone non aiuta la Roma, che però ha accarezzato l’idea di portare a casa il trofeo quando il cammino tortuoso più che spaventarla l’ha esaltata. Basta rileggere in sequenza gli avversari del ’90-91: Benfica, Valencia, Bordeaux, Anderlecht, Brondby, Inter. A chi non ha vissuto quel calcio forse dicono poco, ma si va dai vice-campioni d’Europa di qualche mese prima all’ossatura della nazionale che vincerà Euro 92, alla squadra detentrice dei record nella Serie A a 18 squadre. Le serate magiche con Feyenoord e Leverkusen, Brighton e Milan, sono invece fin troppo fresche per non essere ricordate a memoria. La certezza è che questa coppa ci appartiene. E Budapest grida ancora vendetta per non chiudere il cerchio a Istanbul. Poi potremo pensare a tutto il resto.
FONTE: Il Romanista – F. Pastore











