Lo hanno già incoronato. Non proprio Imperatore, ma Lider Maximo di certo. E Gasp se la gode, conoscendo il suo mondo. Oggi sei grande, domani non si sa. Ma questa Roma “tornata dove brillano le stelle” hanno scritto sugli account del club, ha risvegliato dignità calcistica e orgoglio tifoso. Giampiero Gasperini non ha bisogno di attingere a tutto questo, ne possiede in abbondanza. Ha una discreta autostima di se stesso, talvolta può essere un male. Ma lui ha scoperto che con le sue doti e il suo Malen a interpretarne le speranze, si può conquistare una città ancor prima di un posto in Champions League. (…).
Eppure ha vinto di più: ha sconfitto un passato, avvalorato un presente, infiorato l’idea di un futuro. Andiamo per elencazione: ha vinto una battaglia personale con Ranieri che, comunque, l’anno scorso aveva portato la Roma ad un punto dalla zona Champions, ha convinto la società ad acquistare l’olandesone che, a suon di gol, ha spianato la strada alla sua visione calcistica e al suo obbiettivo, ha portato dalla sua parte i Friedkin padroni, ha rimesso ordine tra pubblico esigente e vecchia guardia, ha valorizzato giocatori e convinto i padroni a trovar posto in bilancio per Dybala e pochi altri che valgono il sacrificio.
E ieri, nel pranzo di fine stagione, forse non a caso tutta la squadra lo ha applaudito. Applauso sentito, non di circostanza. Tutti si chiedevano cosa avrebbe combinato Gasp in una città difficile come Roma. Dove il tifo ti assale e anche Mourinho, che pur ha fatto riassaporare nobiltà europea, ha dovuto levar le tende. Il passato parlava a pollice verso: i 73 giorni all’Inter, cacciato dopo 4 sconfitte su 5 partite, la fretta di Moratti e di un club che non aveva tempo per provare giovani e anziani: a Milano, come a Torino, bisogna solo vincere. Tutto il resto è fumo. Gasperini ben conosceva le intemperie calcistiche di queste città: cresciuto nella Juve, se la giocava con Brio e Paolo Rossi, Marocchino e Verza. Ma non è bastato. (…).
E un giornalista inglese, James Horncastle, che racconta il calcio in Italia su “The Athletic”, poco prima del successo europeo con l’Atalanta lo ha definito: “L’allenatore più influente in serie A negli ultimi 15 anni”. Gasp ha voluto confermare. In questo anno romano, pur dibattendosi nel suo carattere asimmetrico che fatica a rapportarsi con l’esterno, un po’ nevrotico e non sempre simpatico, ma bravo a gestire uno spogliatoio, e le sue correnti, ha compiuto la sua opera omnia. Comprensibile l’orgoglio di un uomo che aveva lasciato Bergamo, i Percassi che lo hanno sempre difeso e appoggiato, l’idea di giocarsela in Champions, per rapportarsi con un ambiente più difficile, equilibrista sul fi lo sospeso in un vuoto senza rete. Gasperini ha alzato l’asticella per se stesso, prima che per gli altri. (…).
Fra qualche mese il seguito. «Questo traguardo può aiutarci a comporre una squadra ancora più forte e competitiva. Giocheremo la Champions per fare bella fi gura e di sicuro ne usciremo più forti di prima». Ha assaporato: «Una notte bellissima». L’importante è non risvegliarsi di colpo. Il tifo chiede sempre di più. E dimentica facilmente. A Roma la parola scudetto conosce sapore. Gasperini ha qualche connotazione simile agli ultimi tecnici scudettati: Nils Liedholm maestro nello scoprire e crescere i giovani, Fabio Capello ruvido ed energico. Loro avevano Pruzzo e Falcao, Vierchowod e Conti, Cafu e Totti, Batistuta ed Emerson. Gasp ha qualità, forse non giocatori altrettanto bravi: si fi da di gioco, difesa arrembante a uomo, preparazione maniacale grazie ad uno staff di qualità (…) e del credere sempre a un trequartista di talento. Poi ama la montagna ed è sciatore provetto. Dunque conosce perfettamente le discese e le risalite: anche nel calcio sono un’arte.
FONTE: Tuttosport – R. Signori











