
VITA DURA – Alla fine i novanta minuti con la Juve si sono chiusi in pareggio, ai rigori hano vinto i bianconeri, il ragazzo Tumminello ha obliterato il Tottenham e ha omaggiato i giocatori di Allegri. Cose che succedono ai vivi soprattutto se sono calciatori. La Roma ne è uscita bene effettivamente, come dice Dzeko, e ne è uscito ancora meglio Dzeko stesso che finora non aveva segnato in questa International Champions Cup fatta di lunghi viaggi ed eroici sudori. Nessuno se ne stava preoccupando particolarmente, a dirla tutta. Ma un centravanti che non segna diventa pleonastico, è la gioiosa maledizione del ruolo. Dzeko ha segnato poco nel primo anno di Roma e a volontà nel secondo. «La dura vita dell’attaccante. Devi segnare oppure sentirti nel centro del mirino. Ci sono abituato, non è certo questo a spaventarmi».
DIFFERENZE – In realtà non ci sono molte cose che lo spaventino in assoluto. Gli facevano venire i crampi allo stomaco le difese italiane, ben schierate e cattive, ma anche a quello ha fatto l’abitudine. Nella stagione passata hanno provato a fermarlo esattamente come riusciva benissimo l’anno prima, ma con molto minore successo. «Ci siamo preparati bene, a parte le gare impegnative. Abbiamo corso parecchio. Penso che siamo pronti per i prossimi impegni», dice. Lui si è preparato bene anche a fare a meno degli assist di Salah, che sono stati otto nell’ultima stagione. Quelli di Kolarov sono un buon inizio. Quelli di Riyad Mahrez, sette nel 2016-17 e dieci nel 2015-16, l’annata dello scudetto del Leicester, sarebbero un buon surrogato. Anche se l’algerino, ammesso che arrivi, è uno che si preoccupa essenzialmente di passarsi la palla da solo o farsela passare, nasconderla e segnare in proprio. Niente di drammatico. Dzeko non è mai stato un egocentravanti.










