
Lo sa benissimo anche Kolarov, che lo ha già giocato, ma con la maglia biancoceleste. Tre stagioni da protagonista, dal 2007 al 2010, sull’altra sponda del Tevere, e 4 stracittadine disputate, con un bilancio di 2 sconfitte e di 2 vittorie (altri 2 derby, entrambi persi, li ha vissuti uno dalla panchina e uno dalal tribuna). Il successo dell’11 aprile 2009 – sulla panchina romanista Luciano Spalletti e in campo Daniele De Rossi che segnò la rete del momentaneo 3-2 – porta la firma di Kolarov, che realizzò il 4-2 finale sotto la curva Nord all’ 85’, «dopo un coast to coast» partito dalla propria metà campo. Storie di una vita (calcistica) fa. Il suo passato laziale è oggi cancellato dai sette anni trascorsi a Manchester. In teoria, perché in pratica non tutti i romanisti l’estate scorsa sono stati contenti del suo arrivo, un capolavoro del d.s. Monchi che lo ha preso dal City a soli 5 milioni di euro: qualcuno ha pensato di accoglierlo con scritte offensive sui muri e qualche fischio nelle prime uscite. Dall’altra parte, anche i laziali non gli hanno perdonato il «tradimento» e già nel ritiro di Auronzo gli dedicarono più di uno striscione.
I tifosi biancocelesti sabato pomeriggio sicuramente lo fischieranno, quelli romanisti no: anche i più oltranzisti si sono dovuti arrendere davanti all’evidenza, e cioè che Kolarov è stato finora l’acquisto più azzeccato della Roma e uno dei pochi in grado di fare la differenza. Le sua giocate hanno portato punti pesanti: i gol con l’Atalanta alla prima giornata e col Torino hanno consentito alla squadra di conquistarne 6, quello a Stamford Bridge col Chelsea ha rimesso in partita la Roma. Se dovesse ripetersi contro la sua ex squadra ha già dichiarato che esulterà, e si prenderà gli applausi di più della metà dei tifosi presenti all’Olimpico. Quelli che oggi gli interessano di più.










