
LA SVOLTA Ventinove giugno, sul calendario di Francesco c’è il circoletto rosso. Perché quel giorno ha segnato l’inizio di un altro Totti. Forse non è neppure un caso che alla fine della stagione successiva avrebbe vinto lo scudetto con la Roma, contro la Juventus di quel Van der Sar sbeffeggiato in Olanda. Il cucchiaio divenne — o meglio, tornò ad essere – per tutti un gesto tecnico, ancor prima che una posata buona per la minestra. Due mesi e mezzo prima, in campionato contro il Bologna di Pagliuca, Totti aveva fatto le prove tecniche. Sedici aprile 2000, a quella data risale il primo cucchiaio tottiano dagli 11 metri. Due giorni dopo il Barcellona di De Boer sconfiggeva ai supplementari, anche grazie a un rigore (di Rivaldo, non di Frank), il Chelsea di Vialli in Champions League. Vallo a sapere che passata la primavera i due si sarebbero ritrovati con gli stessi 11 metri da percorrere. Con occhi diversi, quanto diversi. Perché è proprio vero quando si dice che lo capisci dallo sguardo, se un calciatore sta per segnare o sbagliare un calcio di rigore. A guardarli oggi, quei tiri, quegli occhi, tutto sembra scontato. A leggerlo oggi, questo Roma-Inter che niente vale in confronto a quell’Olanda-Italia, sembra così scontato che Francesco giochi ancora e Frank i rigori non li calci più, semmai al massimo decida i tiratori da mandare sul dischetto. E invece l’incrocio è unico: non c’è altro Totti, non c’è altro giocatore protagonista allora come oggi. Per dire: l’olandese Strootman, che di De Boer era un tifoso bambino di appena 10 anni, oggi è qui a scherzare: «Spero di non smettere prima di Francesco…».
DESTINI DIVERSI Se un rigore ci sarà, domani come allora sarà Francesco. Se un rigore ci sarà, domani invece di allora, sarà Mauro Icardi e non Frank. Roma-Inter è anche questo. È una squadra che ogni giorno di più si specchia e si interroga abbracciando il nome di Totti: così luccicante come storia e così profondamente limitante come prospettiva, è il presente che mangia il futuro. Roma-Inter è pure un allenatore che il rigore, oggi, lo pretende dai suoi calciatori, capaci di prodezze e disastri, euforia e depressione, Guerra e Pace. Roba da mani nei capelli come le mani nei capelli si mise Frank quel giorno. Roba «da dilettanti» per usare le parole dell’olandese, così preso in mezzo da una Juventus e uno Sparta Praga che finisci per non capire più dove ti trovi. Eccola qui, questa strana sfida: Francesco e Frank, la radice del nome è la stessa, ma il cammino è diverso. Perché in fondo ognuno spende come vuole i propri 16 anni. Ma se un rigore davvero domani ci sarà, un pensiero a quel 29 giugno lo faranno tutti e due.










