Donyell Malen, il bomber giallorosso, ha rilasciato una lunga intervista dove ha parlato di Paulo Dybala e degli allenamenti di Gasperini e non solo:
Tra te e Dybala c’è un’intesa particolare. Tu non parli spagnolo, lui non parla olandese, ma avete trovato subito un grande feeling calcistico. Quando è nata questa intesa? «Dal primo o dal secondo allenamento insieme».
Ma sei tu che ti muovi bene oppure è lui che ti serve bene il pallone? «Penso sia una combinazione delle due cose. A volte mi muovo bene io, altre volte è lui a giocare un ottimo pallone. È qualcosa che cerchiamo di sfruttare per essere pericolosi durante le partite».
Alla Roma hai una media gol impressionante, soprattutto considerando che sei arrivato da poco. Hai sempre segnato tanti gol, ma non a questi livelli. Che cosa è cambiato? È una questione di maturità, della squadra o dell’ambiente? «Penso sia un po’ tutto questo. Naturalmente, ormai ho giocato tanto a calcio nella mia carriera e credo di essere nel posto giusto, con le persone giuste. Sento molta fiducia da parte dell’allenatore e dei miei compagni. Credo che tutti questi fattori insieme creino le condizioni ideali per riuscire a rendere al meglio e dare il massimo. Penso che tutti mi stiano aiutando in questo».
Sei stato tu a voler lasciare l’Aston Villa oppure è stato Emery a preferire la tua partenza? «Direi che sono stato io, perché volevo giocare. Volevo essere in una squadra nella quale poter scendere in campo ogni fine settimana e avere un ruolo importante».
Una cosa che mi ha impressionato, e che ha impressionato un po’ tutti, è la tua capacità di gestire anche i palloni sporchi che arrivano al limite dell’area. «Non direi che siano palloni giocati male. Credo sia qualcosa che cerco di fare per aiutare i miei compagni, cercando di farmi trovare nella posizione giusta, dove so di poter essere utile».
Che cosa ti ha colpito particolarmente della Roma? «Credo soprattutto quanto sia grande questo club. Mi hanno colpito i tifosi, i miei compagni e la passione che abbiamo tutti per portare questa società al successo. È una passione che sento anch’io. È davvero un grandissimo club, con persone straordinarie».
Ecco, hai già imparato gli elementi fondamentali del calcio. Tu sei uno che protesta molto con gli arbitri? «No, no. Cerco sempre di rimanere concentrato. Per me protestare è una distrazione. Non è qualcosa che mi interessa particolarmente. Naturalmente, a volte puoi arrabbiarti, ma non troppo».
E non sei neanche un simulatore. Non ti abbiamo mai visto buttarti a terra al primo contatto. «No, no. Non penso proprio».
Insomma, mi stai dicendo che non sei un simulatore? «Esatto».
Qual è stato il momento più importante di questa stagione per te, a livello personale? «Penso che la prima partita sia andata molto bene. Naturalmente segnare una tripletta è stato importante, ma credo che, come squadra, siamo molto forti e uniti in campo. Anche contro l’Inter, nonostante non abbiamo vinto, ho avuto ottime sensazioni. Sono momenti sui quali possiamo costruire qualcosa e provare davvero a fare qualcosa di speciale».
Molti grandi calciatori olandesi hanno origini del Suriname. Ne ho conosciuti diversi anch’io. Oggi, però, il calcio olandese sembra attraversare una fase di difficoltà e non produce più i campioni che negli anni Settanta, Ottanta e Novanta arrivavano anche in Italia. Ricordo perfettamente anche la scuola dell’Ajax. Che cosa è cambiato? «Non direi che il calcio olandese stia andando così male. Naturalmente, il Mondiale è stato un po’ deludente, ma agli Europei precedenti siamo arrivati in semifinale. Dobbiamo soltanto riuscire a fare quell’ultimo passo. Credo sia una questione di tempo e di pazienza. Abbiamo un’ottima squadra e, in generale, penso che siamo sempre stati competitivi nei grandi tornei».
Adesso puoi dirlo, visto che la sosta per le nazionali è finita: eri davvero molto infortunato oppure soltanto un po’, come diceva Xavi? «No, mi ero fatto male. Avevo davvero molto dolore, quindi per me è stata una delusione perché volevo andarci».
Raccontami qualcosa degli allenamenti di Gasperini. Quando allenava l’Atalanta si diceva che, durante le prime sedute, alcuni giocatori arrivassero addirittura a vomitare per la fatica. È successo anche a te oppure riesci a sostenere bene i suoi allenamenti? «No, però sono davvero molto duri».
Hai imparato a dire “stanco” proprio per questo? A un certo punto alzi il braccio e dici che sei stanco? «Sì, perché a volte sono davvero pesanti. È per questo che ho imparato quella parola. Gli allenamenti sono duri e Gasperini non scherza, ma è una cosa positiva per la squadra. Tutti sono in forma e io mi sento molto bene fisicamente».
Abbiamo letto che all’Aston Villa ti facevano giocare come esterno d’attacco, mentre tu preferivi giocare centralmente. In effetti, quello sembra essere il tuo ruolo naturale. Anche in Olanda ci sono altre soluzioni, con Gakpo che gioca sull’esterno. La tua posizione ideale è quindi quella centrale, con la possibilità di muoverti intorno all’area? «Sì, per me è quella centrale. Credo sia la posizione nella quale mi sento più a mio agio e nella quale riesco a essere più pericoloso. Penso che si stia vedendo anche qui alla Roma».
Che cosa hai trovato di diverso nel calcio italiano rispetto a quello inglese? «Penso soprattutto il clima, perché qui in estate fa davvero molto caldo».
In Inghilterra, invece, piove molto e fa freddo… «Molto freddo. E piove tantissimo».
Poi Birmingham è terribile… «La pioggia è davvero tanta».
Quindi è cambiato soltanto il clima? «No, ma penso che anche il clima influisca sul gioco. Qui, quando in estate ci sono quaranta gradi, a volte bisogna rallentare il ritmo della partita. In Inghilterra, invece, non facendo così caldo, si può giocare a ritmi molto più elevati, con continui ribaltamenti di fronte, quasi come nel ping-pong».
Ma parliamo anche dell’intensità del calcio, non soltanto del clima. In Inghilterra si gioca con un’intensità diversa rispetto all’Italia e ci sono tempi di gioco differenti. Sei d’accordo? «Sì, ma sono anche due campionati diversi, con filosofie differenti. Penso che il modo in cui alcune squadre si dispongono in campo sia completamente diverso rispetto all’Inghilterra. Questa è la differenza principale».
Quindi è una questione di filosofia. In Inghilterra giochi in maniera più libera, mentre in Italia c’è più tattica? «Sì, alcune squadre si organizzano in maniera differente. Per esempio, sanno difendere con cinque giocatori e costruire un blocco difensivo molto compatto, che diventa difficile da superare. È una grande differenza rispetto all’Inghilterra, dove si tende maggiormente a giocare uomo contro uomo e ad attaccare, con partite più aperte. Qui non è sempre così».
Tra i giocatori della Roma ce n’è qualcuno che ti ha sorpreso particolarmente, a parte il portiere?
«Molti giocatori. Pisilli è molto giovane, Matias, abbiamo un sacco di qualità. Conosco alcuni giocatori, tra cui Devyne, Evan, Manu. Hanno tutti i loro punti di forza. Conosco alcuni giocatori Sono felice di giocare con tutti loro».
Nel tuo percorso nelle giovanili hai cambiato anche Paese, passando attraverso diverse squadre prima di diventare professionista… «In Olanda ho giocato nell’Ajax quando ero piccolo, dai 9 ai 16 anni. Poi sono andato all’Arsenal fino ai 18 anni e successivamente sono tornato in Olanda, al PSV, dove ho giocato prima nella seconda squadra e poi in prima squadra».
Che cosa ti ha dato l’esperienza nelle giovanili dell’Arsenal rispetto a quella vissuta in Olanda? «È stata molto positiva. Come dicevo prima, ci sono filosofie e culture differenti. Ho giocato con tanti calciatori diversi, con stili di gioco differenti, e ho dovuto imparare a conoscere sia il calcio olandese sia quello inglese. Aver avuto la possibilità di crescere in settori giovanili diversi è stato davvero importante per me. Credo mi abbia aiutato molto».
Hai 27 anni, sei nel pieno della maturità calcistica e naturalmente cercherai di trovare sempre più spazio nella nazionale olandese… «Sì, naturalmente».
È una parte importante della tua carriera, anche perché la nazionale sta attraversando una fase di trasformazione… «Sì, ma è normale che succeda. Quando sono arrivato in nazionale, sei o sette anni fa, la situazione era diversa. Sono cambiate tante cose. Sono arrivati nuovi giocatori, alcuni più giovani, mentre altri, più esperti, si sono ritirati. Nel calcio le cose cambiano continuamente».
Immagino che i tifosi della Roma vogliano sapere se alla fine della stagione segnerai più gol tu oppure Lautaro Martínez. «Direi io, ma non sono concentrato soltanto sui gol. Voglio aiutare questa squadra e questo club. Per me non è soltanto una questione di segnare. È molto facile parlare dei gol realizzati, ma un calciatore può fare molto altro per aiutare la squadra».
Che cosa ha Lautaro Martínez che tu non hai? Oppure che cosa hai tu che lui non ha? «Penso sia un ottimo giocatore, molto forte. Ha segnato tantissimi gol con l’Inter e ha disputato molte partite nel campionato italiano. Direi quindi che la differenza principale è l’esperienza».
Che cosa ha Gasperini di particolare come allenatore? «Penso soprattutto al modo in cui gestisce i giocatori. È una persona molto onesta. Lo è con me e con tutti gli altri calciatori. Sai sempre che cosa pensa, perché non ti mente e non cerca di nasconderti nulla. Ti dice semplicemente quello che pensa».
Lo hai mai visto far saltare le sedie nello spogliatoio? Magari perché era arrabbiato oppure perché era felice? «Arrabbiato no. Felice… Direi di sì».
Raccontami… «Ricordo una partita che abbiamo vinto, contro il Parma. È stato incredibile, perché Gasperini era davvero molto felice nello spogliatoio. A un certo punto ha quasi lanciato un tavolo».
Ah, quindi era perché era felice, non perché era arrabbiato! «Sì, è stato molto divertente».
FONTE: Tutto in Piazza – Il Corriere dello Sport / I. Zazzaroni



















