
In attesa di risolvere quel conflitto interiore, la voglia di continuare a giocare a cui però manca il coraggio di andare a farlo altrove. Prevarrà il desiderio di chiudere con la maglia di sempre, come ha detto ieri al nuovo direttore sportivo Monchi, aprendo di fatto la “trattativa” per il futuro da dirigente. I confini del ruolo di Dt garantito da un contratto di 6 anni per 3,6 milioni complessivi, li descriveranno insieme. Dipenderà pure da chi allenerà la Roma. Certo le migliaia di romanisti che dalle 10 di oggi proveranno a comprare un biglietto per l’Olimpico con data 28 maggio, non sanno ancora se parteciperanno a una festa o se l’addio sarà consumato in silenzio, tra i dubbi e la fatica, il dolore del dire basta. È voce ricorrente che sul tema possa tornare a parlare da un momento all’altro: “Andrà giovedì da Costanzo”, “No, farà una conferenza”. Bisbigli romani, spifferi di Trigoria, alimentati quasi per gioco. Piuttosto Francesco si sta preparando alla prospettiva di giocare (più di 5 minuti) contro la Juventus, domenica. Non fosse altro perché senza Dzeko e con Perotti e Nainggolan in dubbio, non è che abbondino le alternative per Spalletti. Contro l’amico Buffon la prova generale dell’addio, la penultima nel suo stadio che solo a pensarci deve venirgli il magone. «Battere la Juventus? Ogni tanto succede, anche se poche volte», dice sorridendo ai ragazzi affetti da sindrome di down che con la nazionale di calcio a 5 della Fisdir (Federazione italiana disabilità intellettivo relazionali) si sono laureati campioni del mondo. «L‘importante ora è domenica»: il futuro deve attendere.










