
È rimasto lui a tramandare dentro lo spogliatoio la romanità, spalleggiato da altri due romani e romanisti come Alessandro Florenzi e Lorenzo Pellegrini, che rappresentano la continuità. «Di De Rossi – ha detto ieri in conferenza stampa Di Francesco – ho già parlato. Mi aspetto che sia il leader e l’emblema di questa squadra, con la sua romanità e il suo desiderio di mettersi a disposizione del collettivo». Un compito che Daniele non avrà difficoltà ad assolvere, perché lo ha sempre fatto. Allo stadio di Bergamo e all’Atalanta in generale sono legati alcuni dei momenti più bassi della carriera di De Rossi: il primo, nel febbraio del 2012, fu la clamorosa esclusione (finì in tribuna) da parte di Luis Enrique per un ritardo di alcuni minuti alla riunione tecnica della squadra. Il centrocampista capì e incassò il colpo, cosa che gli riuscì un po’ meno bene, pochi mesi dopo all’Olimpico, quando Zdenek Zeman ordinò per lui e per Daniel Osvaldo una panchina «punitiva» per alcune dichiarazioni («Si lavora troppo») che non piacquero al tecnico boemo. Ora avrà la possibilità di associare un ricordo positivo alla città di Bergamo. In campo dovrà comandare la squadra come vuole Di Francesco: vertice basso a dettare i ritmi e a proteggere la difesa. Come fa un vero capitano.










