
Con un antipasto eloquente di tutta la faccenda al momento dell’annuncio delle formazioni, con chiamata per i due allenatori: quando lo speaker dello stadio ha annunciato il nome dell’uomo di Certaldo, la risposta della gente di Roma, quella che si è sentita tradita, si è materializzata in maniera eloquente. Con schiettezza, dando libero e sonoro sfogo ai propri sentimenti. Roma, del resto, non è la città del morto un Papa se ne fa un altro? Ed è pure la città di Totti, elegantissimo in Monte Mario, acclamato dalla Sud subito dopo il coro al veleno dedicato a Lucio. Perché non ci vuole uno scienziato per capire che tra cento, duecento anni a Roma verrà ricordato il Capitano, uno che non ha tradito mai. Non il suo ultimo allenatore.
La partita, si diceva. Spalletti sempre in piedi, lo sguardo costantemente fisso a terra. Oppure con le mani sulla fronte per sottolineare un errore in attacco dei suoi giocatori. Teso? Chissà. Concentrato, al pari del suo più giovane collega, l’esordiente (all’Olimpico) Di Francesco. Il gol di Dzeko a spezzare la parità, un paio di pali (sempre lo stesso, a dire il vero…) della Roma con Spalletti (fischiatissimo ogni volta che raccoglieva un pallone uscito dal campo) ora fuori dall’area tecnica ad urlare di tutto ai suoi. E Eusebio? Apparentemente meno isterico, sicuramente avvelenato per quei due legni e con la bottiglietta dell’acqua sempre tra le mani. E ancor più avvelenato dopo il terzo legno, quello di Perotti, le due reti di Icardi e la stilettata finale di Vecino. Spalletti vince e se la ride, anche se fa finta di essere triste e dispiaciuto quando va ad abbracciare i suoi ex giocatori. È fatto così.










