
IL RIENTRO – L’infortunio al dito gli ha fatto saltare la partita di Coppa Italia contro l’Entella e l’ultima di campionato con il Torino, sfida con i granata lisciata pure all’andata, perché era appena arrivato e ancor troppo stordito dai fumi dei festeggiamenti post Mondiale. Da quel momento in poi ha cominciato pian piano a prendere possesso della squadra, diventando mister novanta minuti. Nelle diciannove occasioni nelle quali è stato utilizzabile, Steven è subentrato una sola volta (Roma-Atalanta, esordio), due è rimasto in panchina (Bologna-Roma e l’ultimo Roma-Torino) e una volta è stato sostituito a dieci dalla fine, allo Stadium contro la Juventus.
Il resto, sempre in campo dall’inizio al fischio finale, quattordici le presenze consecutive da titolare. Con prestazioni alterne, non sempre brillantissime, non sempre indimenticabili. È il classico giocatore del quale non si innamora la gente ma l’allenatore (Deschamps forse un po’ meno). L’elemento, insomma, buono per i così detti intenditori. Perché, si dice, fa un lavoro oscuro. In effetti è un gestore della palla (una sessantina di passaggi a partita, l’88,8 per cento sono a buon fine). Segna pochi gol, fino a ora uno solo, a Empoli. Di assist non se ne parla proprio: zero. Vince i duelli di testa e sa dare o rallentare il ritmo. Quello che servirà alla Roma. Oggi più che mai.










