
CRESCITA – A proposito di fascia, non è da meno Hector Moreno. A cui il Messico ha affidato in ogni senso l’eredità di Rafa Marquez: il difensore che imposta, il difensore che segna, il difensore che guida. E’ il capitano della sua nazionale e forse, con il passare degli anni, lo sarebbe diventato pure nel Psv. Ma era troppo importante l’occasione di giocare nella Roma per non coglierla, tanto più che il direttore sportivo Monchi gli faceva la corte già ai tempi dell’Espanyol. Moreno ha già conquistato Di Francesco per la capacità di calciare il pallone: con il piede mancino è in grado di mirare un compagno a distanza di 40 metri. Ma ne apprezzerà anche la personalità, visto che non si tira facilmente indietro dalle mischie.
GLI ALTRI – Non sono capitani Karsdorp e Pellegrini per ragioni essenzialmente anagrafiche. Ma potranno analizzare le doti di un calciatore che rappresenti un Paese da Kevin Strootman, che Karsdorp ha già conosciuto con la nazionale olandese prima dell’epurazione decisa dal nuovo ct Advocaat, ed Edin Dzeko. Sono rispettivamente il capitano dell’Olanda e della Bosnia. Dzeko, già. Spalletti gli diceva che era troppo buono e lui, dopo aver mandato platealmente a quel paese l’allenatore per una sostituzione a Pescara, ha messo le mani al collo al compagno di club Manolas. Che forse capitano non sarà mai, neppure con la sua Grecia. Hanno un destino da leader invece Nainggolan e Florenzi, che già in momenti diversi hanno indossato il simbolo del potere con la maglia della Roma addosso. E attenzione ad Alisson, che succede a Szczesny come portiere. Lo vedete timido e spaurito, invece a soli 24 anni era il capitano dell’Internacional di Porto Alegre, la squadra che lanciò nel mondo Falcao.










