
Convinto che la tattica possa risolvere più dello scossone psicologico, Di Francesco ha confermato sul campo gli schizzi a matita di una Roma meno legata al 4-3-3 e ai dettati zemaniani, preferendo un 4-2-3-1 vagamente spallettiano. Anche perché l’assenza di centrocampisti – Nainggolan e Pellegrini squalificati, De Rossi convalescente, Gonalons infortunato – lo hanno sostanzialmente costretto a concepire una Roma molto più offensiva e praticamente inedita. Con Gerson accanto a Strootman, Perotti al centro dietro Dzeko, e poi Ünder sulla fascia a inventare e fare gol. Per il Benevento ultimo in classifica del resto sarebbe dovuto bastare e avanzare. Se non fosse che la squadra del presidente Oreste Vigorito non è affatto rassegnata alla B, ha speso molti soldi sul mercato, si è rafforzata con Sandro e Sagna, e si è portata all’Olimpico almeno 1500 tifosi indiavolati. Che hanno letteralmente caricato la squadra e alla prima azione in cui i loro beniamini si sono spinti dalla loro parte con Letizia, Brignola e Guilherme li hanno di forza spinti in gol. Il centravanti brasiliano, in gol in slalom, ha riempito di speranza i cuori campani e pure il mite De Zerbi che a un certo punto di fronte a una Roma brutta e senza nerbo, povera di gioco e di ritmo, deve persino aver coltivato il sogno dell’impresa.
La risalita della Roma è stata stentata e faticosa, tanto da chiudere il primo temo appena sul pareggio per un gol di testa di Fazio. E soltanto i colpi d’orgoglio di uno Dzeko troppo a lungo distratto svogliato e i lampi di classe di Ünder (assist per Dzeko poi doppietta) hanno dato la svolta alla partita. Per altro completata con un altro gol del Benevento tramite il giovane Brignola e un rigore finale di Defrel. Di Francesco è apparso contento per la goleada, un po’ spaventato per i due gol presi, ma anche deciso a pungolare la Roma come un fantino fa col suo purosangue. “Dzeko è un po’ lamentino” è il chiaro segnale di darsi una svegliata.










