La tastiera è una vigliacca tentazione. Te ne stai lì tra le tue mura, in panciolle, e vai, quattro colpi e rovini un uomo. Rispetto troppo Daniele De Rossi per torcergli un solo capello. Né voglio rifugiarmi sulla comoda semplificazione di Jekyll e Hyde o del ricorrente «raptus» da cuore selvaggio. Tutti noi abbiamo un cinema dentro che ci sovrasta. Modelli incorporati che ci «violentano», nel bene e nel male. Siamo quello che la vita fa di noi. Uno schermo gigantesco dove transita di tutto, miliardi di ombre. Qualcosa di estremo deve esserci in quello di Daniele.
Affari suoi e, qualche volta, come domenica a Genova, della Roma. Inutile provare a spiegare l’inspiegabile. De Rossi per primo non se ne farà una ragione. Ma lui è un ragazzo d’onore. Un capitano, dai nervi molto accesi, ma un capitano. Quei due punti che ha tolto alla Roma contro il Genoa, in qualche modo li restituirà. I compagni lo amano e si faranno in quaranta per raccontarsi, tutti insieme, più che mai, il lieto fine.
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