Adesso è pure ufficiale quello già sapevamo tutti (ci fate solo perdere tempo, cantava il poeta). Se vivi a Roma non puoi andare a vedere la Roma a Bologna, però a Genk, Mombasa , Sidney o a Narnia sì. Se vivi a Civita Castellana o a Voghera, e trovi biglietto e modo, puoi pure andare anche in Curva Andrea Costa in mezzo ai Forever Ultras, sennò te la devi vedere in TV (a pagamento, sia chiaro).
Dicono che non sia anticostituzionale perché si appellano alla Pubblica Sicurezza e di fatto non è limitata la libertà di movimento. Hanno ragione: questo divieto non vieta di andare sull’autostrada a scontrarsi, ma di tifare per la tua squadra del cuore per cui spendi tempo, soldi, km, affetto, ricordi e tante cose di cui evidentemente non si ha nemmeno idea.
Questo divieto vieta di tifare, vieta la ragione del pallone, vieta la soluzione culturale alla violenza: l’emozione. Non si interrompe un’emozione, si diceva al cinema contro le pubblicità, qui ti vietano proprio di emozionarti. Stattene a casa (soprattutto quando viene la sera). La pubblicità la fanno a loro stessi e alle loro carriere: dovrebbero garantire la sicurezza ma visto che è problematico evitiamo proprio l’evento, così non sbagliamo.
Vi prego, non dite che ci sono cose più serie perché altrimenti parliamo solo di quelle. E ci sto. Come chi dice che rispetto alla costruzione di stadi ci sono altre urgenze, principio secondo cui non bisognerebbe costruire nulla che non siano ospedali, strade e case popolari. Fatelo.
Il tifo è la soluzione, non il problema. Domenica all’Olimpico è stata vietata persino la coreografia della Sud che ha risposto così: «Voi in campo noi sugli spalti siamo la coreografia più bella, uniti nonostante tutto e tutti». Niente, avranno letto e stavolta hanno deciso di vietare proprio le persone.
Ultimamente è l’umanità che dà fastidio. Quella che manca: non fatela entrare.
FONTE: Il Romanista – T. Cagnucci











