La prendo malissimo quando leggo il messaggio del mio fraterno amico che, con nome di fantasia, continuerò a chiamare “Gabriele”, è impossibilitato ad assistere a questa partita perché «ad un matrimonio».La prendo malissimo perché, come gli ho prontamente scritto, non l’avrei perdonato nemmeno se il matrimonio fosse stato il suo, figuriamoci di terzi. Perché questa partita, checché se ne dica, anche se non arriva alla ventesima di campionato (…) può dirci molto di noi e di ciò che siamo. Me lo ricorda una voce ai tornelli, quando sottolinea che «oggi è importante tutto, non solo il risultato… perché je devi fa vedè che poi giocattela cò loro». Una sintesi perfetta e preziosa, perché questo Roma Inter questo vuol dire: chi siamo e dove stiamo andando.
Il problema è che, alle domande «chi siamo e dove stiamo andando», una buona parte dei seggiolini a me più prossimi ha già dato risposta (…). Non è che ce la sentiamo calda (…), però la convinzione che quest’anno non sia, come ogni inizio di stagione, che «a maggio ci vediamo al Circo Massimo», ma che sia davvero possibile che questo possa realmente accadere, è davvero diffusa. Ed è diffusa perché la Tevere ha occhi e memoria, e lo capisci che, se è pur vero che ci mancherà pure qualcosa che si chiama quinto a sinistra ed esterno alto a sinistra, «il resto è ciccia, ma ciccia vera». Perché «abbiamo sei difensori forti per tre posti», «abbiamo dù centravanti che vedono la porta sempre», «abbiamo un centrocampo che tu dimmi chi manderesti via», abbiamo un portiere che «io me sbrigherei a daje dieci mijoni l’anno, che ce risparmi comunque». Ed abbiamo, soprattutto, un gioco, «che tutti sanno quello devono fà, sempre», «grazie ad un allenatore davvero capace».
Quindi, la circostanza che, dall’altra parte, ci sia una squadra che viene da scudetti e finali di Champions, viene letta come il giusto riconoscimento per saggiare il nostro valore, come la possibilità che viene data a quel pugile, che ha dimostrato di valere, di combattere finalmente per un titolo. È così che prendiamo posto: con queste convinzioni, con queste speranze, con qualche paura. Che è quella di ritrovarci lì, verso le otto, quando dovremo andare a cena da qualche parte, a non avere voglia di fare altro che starcene con qualche romanista vero a commentare ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere, tentando di colmare quel vuoto, calendario alla mano, che queste tre settimane senza Roma inevitabilmente genererà. (…).
Ovviamente, nemmeno a dirlo, quel «minuto di silenzio» è fatto, all’Olimpico, come sempre, mai di silenzio ma di applausi (…) e, per quanto mi riguarda, anche di un insopportabile insulto, gridato a gran voce da un seggiolino a me prossimo e rivolto alla memoria di chi non c’è più, che mi dava la misura di come la discesa che stiamo vivendo ci stia portando oltre, ma molto oltre, qualunque immaginabile deriva.
Partiamo a mille all’ora. Ci sembra di vivere un sogno (…), e quando, dopo cinque minuti, Koné fa quello che non fa (…) mai, e lo fa finalmente benissimo, tutte quelle speranze che ci avevano accompagnato dal gol di Pisilli fino a quel momento si fanno realtà. Perché, a seguire, ne potremmo fare uno, due, tre ed è vero che rischi, ma è anche vero che «stai sempre a giocà contro l’Inter». E quando arriva ancora Koné a rifare quello che non fa (quasi) mai, e quando Svilar fa e rifà quello che, invece, fa sempre, sotto sotto la convinzione che quei quindici punti in classifica vadano letti come novanta e più si impadronisce di molti (…). L’intervallo arriva con la sensazione che avresti dovuto chiuderla con il terzo (…), ma anche con il sollievo che non ti abbiano segnato (…).
Sotto le scale della Tevere, a cercare acqua e refrigerio dopo mezz’ora del primo tempo vissuta con il sole accecante che si ostinava a non scomparire dietro Monte Mario, incontro due autentici romanisti che mi danno la misura di questo risultato, ricordandomi, l’uno, come sia opportuno «nun disse gnente…» e, l’altro, come sia più opportuno, in quel preciso momento, invece che di parlare del secondo tempo che sarà, «de parlà de contributi pè la pensione, che è mejo…». Perché chi conosce il pallone e la Roma sa bene che è così. Perché, infatti, poi succede quello che tu lo sapevi che sarebbe successo (…); che i cambi, invece che essere liberi, diventano necessitati (…); che Martinez «invece de parà viene colpito …».
Quindi finisce pari, e finisce con una partita che eravamo convinti, dopo un tempo, di vincere e che siamo stati contenti, dopo il pareggio, di non aver perso. Ed usciamo con strane sensazioni addosso. Usciamo «col primo tempo che jai fatto vedè a che livello siamo»: usciamo «cò quanto so forti questi…»; usciamo «con la panchina che è ancora troppo corta»; usciamo con «loro c’hanno tre squadre»; usciamo con «secondo te che c’è mancato?»; usciamo con «forse dobbiamo crescere in cattiveria». Usciamo. Ed usciamo con la voglia di non andarci a riguardare nemmeno gli highlights una volta a casa. Perché questo risultato ci fa un po’ male. E questa, fra tutte le sensazioni, è forse la più significativa. Perché vuol dire che vivi il pareggio con l’Inter con disappunto. E, se lo vivi con disappunto, allora è vero che stiamo diventando davvero forti. (…).
FONTE: Il Romanista – F. Vecchio











