l rumore non è stato quello di una semplice caduta. È stato uno schianto. Fragoroso, assordante, impossibile da ignorare. Il 5-2 incassato dalla Roma contro l’Inter non è soltanto una sconfitta pesante: è un verdetto che non lascia spazio a interpretazioni. Una sirena, più che un campanello d’allarme, capace di attraversare l’oceano e arrivare dritta nei pensieri – e nelle decisioni – della proprietà. Negli uffici di Dan Friedkin e Ryan Friedkin non si è fatto finta di niente.
Delusione, sì. Irritazione, inevitabile. Ma soprattutto una consapevolezza che adesso pesa come un macigno: questa Roma non basta. Non ancora. Non così. La classifica, fredda e spietata, racconta il resto. La zona Champions, oggi occupata dal Como, dista quattro punti. La Juventus segue a tre lunghezze, mentre l’Atalanta soffia sul collo a una sola distanza, pronta a lottare anche per quel sesto posto che i giallorossi difendono con meno certezze. È una corsa che non ammette pause. (…).
La reazione della proprietà è stata immediata. Contatti, confronti, parole chiare. Il messaggio è uno solo: la squadra non è competitiva, serve una rivoluzione. Non un ritocco, non un’aggiustatina. Una rifondazione vera, profonda, che tocchi il cuore della squadra. Perché il lavoro iniziato la scorsa estate da Massara ha posto le basi, ma si è trascinato dietro scorie del passato: giocatori fuori ciclo, errori ereditati, limiti mai davvero superati. La stagione, etichettata dalla proprietà fin dall’inizio come “di transizione”, oggi si rivela per ciò che è davvero: una diagnosi. Qualche lampo, qualche illusione, ma nessuna continuità. E senza continuità non si costruisce.
Si galleggia. Sempre tra quinto e sesto posto. Una terra di mezzo che a Trigoria è diventata ormai insopportabile. La partita contro l’Inter è stata la fotografia perfetta: spettacolare, disordinata, crudele. Difesa fragile, equilibri instabili, personalità che appare e scompare. Troppo poco per competere con le grandi. Troppo poco per sognare davvero. E allora lo sguardo va avanti. Oltre. Dietro le quinte si parla già della Roma che verrà. Una Roma diversa, inevitabilmente. I Friedkin sono stati chiari: il nucleo sarà toccato, modificato, forse stravolto. Anche i pilastri vacillano. La parola chiave è competitività, e per raggiungerla serviranno scelte forti, (…).
Lo sa Gasperini, che gode della fiducia dei Friedkin. Lo sa la dirigenza. Lo ha capito anche la squadra, rientrata a Roma con il peso della sconfitta addosso, chiusa nel silenzio del Fulvio Bernardini prima di parlarsi, guardarsi negli occhi, cercare risposte. Il morale è basso, ma la consapevolezza è alta: così non si può andare avanti. La squadra dopo San Siro ha dormito a Trigoria, poi si è confrontata, delusa e perplessa, da un rendimento nel 2026 clamorosamente negativo. Vuole reagire, vuole ancora lottare per non mollare ora quanto di buono fatto fino un paio di mesi fa. Sette partite, sette tappe per chiudere una stagione sospesa tra ambizione e realtà. Poi verrà il tempo delle decisioni. Massara e Gasp si siederanno al tavolo con la proprietà. Lì nascerà la nuova Roma. Una squadra chiamata a cambiare pelle, a rompere il ciclo, a ritrovare fame e identità. (…).
FONTE: Il Corriere dello Sport – J. Aliprandi











