Come nelle favole: c’era un ragazzo romano e romanista che qualche settimana fa non si sentiva sicuro del futuro e ha chiesto rassicurazioni all’uomo che poteva dargliene, e gliele diede: «Stai qui con noi, puoi crescere più con noi che da un’altra parte. Avrai le tue occasioni, rimanda la decisione alla fine di gennaio», gli disse Gasperini. Ed eccola la favola, ecco che le occasioni arrivano ed ecco che quel ragazzo romano e romanista le coglie al volo, entra proprio contro il Genoa (sotto gli occhi di De Rossi che voleva portarselo in Liguria), e poi entra con l’Atalanta, e poi parte titolare col Lecce, con il Sassuolo e con il Torino in coppa Italia, e poi entra in campionato e poi si prende definitivamente la Roma in una freddissima gara 7 della fase campionato di Europa League, partendo titolare contro lo Stoccarda in una partita assai complicata e risolvendola praticamente da solo, con una doppietta di altissimo pregio, due gol molto simili, uno alla fine del primo tempo e l’altro alla fine del secondo, due percussioni senza palla dentro l’area sulla destra, e due palloni poi ricevuti e scaraventati sotto la traversa con due pedate forti e precise.
Così la Roma andrà a difendere ad Atene con il Panathinaikos all’ultima giornata la prestigiosa posizione conquistata ieri, sesto posto su 36 squadre, e forse neanche il pareggio potrebbe consentirle di risparmiarsi lo spauracchio del playoff di febbraio. Ma di sicuro la squadra giallorossa si è messa nella posizione migliore per affrontare l’ultima giornata, e ha risparmiato un sacco di energie anche per incontrare il Milan domenica sera all’Olimpico.
Ad entrare in gara a dir la verità la Roma ci ha messo un po’, indecisa all’inizio su alcune posizioni ibride in contrapposizione al mobilissimo 4231 di Hoeness e anche per via delle numerose alternative proposte da Gasperini rispetto alla formazione che si sarebbe potuto definire “tipo”, ma oggi vallo a capire quale sia il “tipo” che il tecnico ha in testa. Con lo Stoccarda rispetto alla squadra scesa in campo a Torino sono stati infatti addirittura sette i cambi: lasciando in panchina cinque titolari del calibro di Mancini, Ndicka, Cristante, Wesley e Dybala, tenendo in tribuna indisponibili come Hermoso e El Aynaoui, infortunati di lungo corso come Dovbyk e Angeliño, e i nuovi arrivati non (ancora) in lista Malen e Robinio Vaz (tutti a tifare dalle parti di Francesco Totti, tornato all’Olimpico dopo tre anni), Gasp ha sorpreso tutti, forse anche Hoeness, mettendo in campo un ibrido di 3421 che a volte faceva disegnare sul campo una sorta di difesa a 4 con Rensch, Celik, Ziolkowski e Ghilardi rispettivamente su Mittelstadt, Führich, Undav e Leweling (i quattro attaccanti tedeschi), con Tsimikas a sinistra più alto in certi momenti su Assegnon e più basso in altri con l’aiuto davanti di Pellegrini, con Pisilli e Koné nel mezzo ad occuparsi di Chema Andrés e Karazor, con Soulé a fare a destra lo stesso lavoro di Pellegrini a sinistra (ora alto su Chabot, ora ad abbassarsi sulle discese di Hendriks) e Ferguson a dividersi sui legnosi centrali dello Stoccarda, il giovanissimo Jeltsch e il più navigato Chabot.
Per un po’ le squadre si sono confrontate ognuna alla ricerca della miglior versione di se stessa. Per un po’ si è fatto preferire lo Stoccarda, perché la mobilità di attaccanti e centrocampisti toglieva punti di riferimento ai giallorossi e le folate in verticale impressionavano i 65.183 spettatori dell’Olimpico (tra i quali scuri e compatti c’erano anche 3500 tedeschi nei distinti nord) e preoccupavano un po’ pure Svilar. Poi il primo squillo vero e proprio è capitato a Soulé, con una percussione da destra verso il centro, un paio di finte di tiro e poi finalmente la conclusione, alta. E subito dopo, c’è stato un destro respinto di Ferguson con possibilità di tap-in ancora dell’argentino, bravo a coordinarsi in volo, un po’ meno preciso nella misura della conclusione (ancora alto). Prese le misure la Roma è cresciuta sul campo ed ha preso anche ad uscire rapida e precisa dal basso, come al 22’, con un’azione splendida e ritmata sulle note delle (mancate) pressioni avversarie. Una di queste, al 33’, aveva creato le premesse per un promettente cinque contro quattro condotto (e poi sprecato) da Soulé, e dalla ripartenza per poco non è arrivato il gol dello Stoccarda, con conclusione finale di Leweling neutralizzata da Svilar in tuffo.
Ma la sensazione era che la Roma dai e dai potesse trovare il varco nella non mobilissima difesa tedesca: al 39’ ci sono state le prove generali del gol con una bella rifinitura sulla catena di destra tra Soulé e Celik, con palla dall’argentino al turco per l’ingresso in area, e successivo mancato controllo dell’esterno, che se avesse avuto anche questa padronanza tecnica sarebbe stato Cafu. Più dotato è sicuramente Pisilli che al 40’, nel cerchio di centrocampo, ha espressamente indicato a Ziolkowski a chi passare la palla, a Soulé, per poi buttarsi convinto verso l’area a ricevere l’imbeccata di esterno (splendida) dell’argentino: e una volta in area Nico si è portato il pallone in avanti toccandolo una sola volta prima di sparare un gran destro dal basso verso l’alto, che si è infilato tra l’incrocio dei pali e la traversa. Al 42’, sull’onda dell’entusiasmo, Tsimikas ha rubato palla in pressione alta e ha lasciato l’incombenza della rifinitura a Pellegrini che si è spostato il pallone sul destro e ha provato ad infilarlo di precisione alla sinistra di Nübel che invece si è lanciato in tuffo ed ha deviato in corner.
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FONTE: Il Romanista – D. Lo Monaco











