La montagna ha partorito il topolino, finisce 0-0. Fa effetto godersi un Gasperini esultante e la Roma in campo a far festa. Per un pari? Sì, per un pari. Ma soprattutto per come è arrivato e dopo quale genere di partita: Gian Piero se la gode per come la squadra ha saputo chiudere la strada e le porte al Como in un finale concitato e viziato da polemiche nei confronti della direzione di gara di Fabbri; per come i suoi abbiano resistito in dieci contro undici davanti agli attacchi spagnoleggianti della non invincibile banda di Fabregas; per come ha superato indenne pure la prima senza Svilar, e sì che questa poteva essere proprio la partita di Mile. Lo è stata (anche) di Gollini, invece. E di Dybala in versione Full metal jacket, combattente e regista offensivo a tenere palla lontano dai pericoli. E lo è diventata (anche) di una intera difesa di ferro, prima con Mancini, Ndicka ed Hermoso, poi con l’aggiunta di Balerdi, quindi Rensch, poi Pisilli e gli altri votati al contenimento, orgogliosamente issati davanti al bunker alzato da Gasp. Sul pezzo, insomma. Tutti hanno remato dalla stessa parte: l’unica percorribile in quel momento complesso. La Roma negli ultimi venti minuti è stata monolitica, il Como solo in quella fase ha fatto vedere qualcosa di esaltante.
L’espulsione di Malen – che prima dell’intervento da rosso aveva subito una strattonata da Ramon – ha condizionato la partita, così come la indirizzò quella di Wesley nel passato campionato. L’arbitro? Tranquilli, sempre lo stesso: Fabbri. Che del rosso all’olandese in poi, e fino a quando il ginocchio glielo ha consentito, non ha fatto altro che distribuire cartellini (il giallo a Koné è comico) e fischiare falli non proprio limpidi. Quasi a voler espiare un senso di colpa, visto che sul finire del primo tempo poteva espellere Wesley (sempre lui) per un fallo su Diao lanciato in porta. Non ha fischiato, non ha dato il giallo al brasiliano, e apriti cielo, la furia della squadra di Fabregas è rimbalzata nello spogliatoio durante l’intervallo. Come restare immune? Difficile. Dopo il caso Malen, Gasp resetta la squadra: basta attaccare, è inutile e rischioso. Dybala da solo non ce la faceva più, il neo entrato Soulé arrancava in un ruolo più simile al terzino che non a un attaccante. Dunque, meglio stare in dieci sotto la linea del pallone e quel che succede, succede. Diceva un vecchio adagio: quando non puoi vincere, bisogna evitare di perdere. Così è andata.
La Roma di Como ha dimostrato di essere capace anche di questo: soffrire e sapersi accontentare. Uscire indenne dal Sinigaglia, di questi tempi, è senz’altro dignitoso, come la classifica, nella quale la Roma non è più prima, ma resta in scia, con l’Inter che tenta la fuga, ma non è ancora scappata, e con la Lazio, sempre più sorprendente, a tenere il passo. Senza Cristante e Svilar, due titolari, la squadra di Gasp stava facendo pure la voce grossa nei primi minuti, all’intervallo poteva stare sopra al Como delle meraviglie, se Malen e Dybala si fossero concentrati di più davanti a Butez.
FONTE: Il Messaggero











