
E allora, viene da chiedersi, che fine hanno fatto quelle dimissioni? Qualcuno sosteneva le avesse rassegnate soltanto dal Comitato esecutivo in cui Pallotta aveva annunciato di inserirlo. Ma di lui, negli atti ufficiali sul comitato presenti a bilancio, non c’è traccia: a comporlo, solo Pallotta, Baldissoni e Gandini, almeno prima che lasciasse – lui sì – la Roma. Di fatto, in perfetto stile Gattopardo, l’annuncio di un cambiamento per Baldini serviva esclusivamente affinché tutto restasse come è. Al punto che, quando il presidente furioso e «nuovamente disgustato» dopo la sconfitta di sabato con la Spal all’Olimpico ribolliva propositi di ridiscutere tutto, da un nuovo ritiro punitivo al destino dell’allenatore, a placarlo non sono stati i dirigenti “romani”. Ma proprio lui, Baldini. Crisi scongiurata, per ora, ma gli indizi sulla scarsa efficacia del tecnico nei momenti di difficoltà iniziano a sembrare ricorrenti: se la squadra si smarrisce, lui le va dietro, senza riuscire a rovesciarla dalla panchina. La “questione” Olimpico, con 7 punti persi contro squadre in lotta per non retrocedere e una media punti interna di 1,79 da quando lui è sbarcato a Roma, fa riflettere. I risultati dopo 9 giornate sono gli stessi di Zeman, sei anni fa: una storia che non finì bene. Con alcuni giocatori il rapporto non è esattamente brillante e alcune critiche della vigilia non hanno contribuito a distenderli. Cambiare ora, con una serie fittissima di gare (da qui all’11 novembre la squadra giocherà ogni tre giorni e mezzo di media) non ha senso. Ma le prossime prove contro Cska – attenzione: mille tifosi russi in arrivo per domani, e 500 sono considerati pericolosi – e Napoli (e poi Fiorentina), tutte ravvicinatissime, diranno di più. Il tempo a disposizione di Di Francesco per rimuovere l’ultima figuraccia dalla memoria del disgustato Pallotta non è infinito.










