I Friedkin non cacciano soltanto allenatori, dirigenti o consulenti. A ormai da anni, sembrano avere un problema più profondo: il rapporto con le figure che dentro li Roma rappresentano qualcosa di più di un ruolo. Le bandiere, i simboli, gli uomini che per storia o per impatto emotivo diventano un pezzo di romanismo. E alla fine, quasi sempre, vengono accompagnati alla porta dai proprietari americani. Troppo grande il nome, ingombrante l’aura e il sentimento che riescono a spostare, per farne il cardine della Roma made in Usa. L’ultimo capitolo di questa lunga storia di dissapori con il romanismo porta il nome di Claudio Ranieri. E’ successo anche con Daniele De Rossi, l’uomo che più di chiunque altro incarnava l’idea di continuità tra campo, panchina e appartenenza. Preso per far dimenticare in fretta l’addio fragoroso di José Mourinho, esposto come il futuro della Roma, caricato di significati che andavano oltre il mestiere di allenatore, De Rossi è stato cacciato dopo nove mesi.
Un rapporto consumato in fretta, come se quel peso simbolico fosse utile all’inizio ma scomodo da gestire sul lungo periodo. Ancora più rumoroso è il vuoto lasciato attorno a Francesco Totti. Il simbolo per eccellenza, la bandiera più importante della storia della Roma. Mai davvero considerato come un valore aggiunto da riaccogliere a Trigoria. Snobbato per anni e riapparso solo negli ultimi mesi come uomo di rappresentanza per il centenario. Alla stregua della mascotte Romolo. E poi c’è Mourinho, che non nasce bandiera romanista ma in meno di due anni era riuscito a diventare un idolo, capace di legarsi alla pancia della città come pochi altri. Quando però il simbolo cresce, si allarga, diventa autonomo e rischia perfino di contendere centralità alla proprietà, allora scatta la rottura. De Rossi, Totti, Mourinho. Ranieri forse è l’eccezione. I Friedkin non gli hanno perdonato quell’uscita pubblica prima di Roma-Pisa. A maggio la curva sud lo definiva “un grande romanista”.
FONTE: La Repubblica











