La Roma ha investito forte su Artem Dovbyk nell’estate del 2024 e l’idea era chiara: portare in giallorosso un centravanti già pronto, reduce da un’annata devastante in Liga con il Girona, capace di unire peso in area, attacco della profondità e una produzione realizzativa da prima fascia europea. Il suo primo anno a Roma, nel 2024/25, aveva già lasciato sensazioni contrastanti: numeri non disastrosi, ma un’impressione di incompiutezza rispetto al profilo del bomber dominante che molti si aspettavano. La stagione 2025/26 doveva quindi essere quella della conferma e del salto di qualità.
Invece, l’annata di Dovbyk è stata più complessa del previsto. Non necessariamente un fallimento netto, ma certamente una stagione che ha alimentato dubbi: sul suo adattamento alla Serie A, sulla sua compatibilità con l’evoluzione tattica della Roma e, più in generale, sul tipo di centravanti di cui i giallorossi avevano davvero bisogno. I numeri stagionali fotografano un rendimento modesto per un attaccante che avrebbe dovuto essere il riferimento offensivo della squadra: in Serie A ha chiuso con 3 gol e 1 assist in 14 presenze nella prima parte rilevata della stagione, con un impiego spesso frammentato tra gare da titolare e molte apparizioni a gara in corso; nelle competizioni UEFA, in Europa League, ha collezionato 4 presenze e 1 assist, senza gol. Le fonti statistiche disponibili convergono proprio su questo quadro di produzione limitata, pur con minutaggio non pieno e una collocazione tattica non sempre stabile.
Il punto di partenza: chi è Dovbyk e cosa si aspettava la Roma Per capire davvero la sua stagione bisogna partire dal giocatore. Dovbyk non è un centravanti “associativo” nel senso più moderno del termine, né un attaccante che vive di rifinitura spalle alla porta come certi nove tecnici e creativi. È soprattutto un finalizzatore strutturato: ama ricevere dentro o ai margini dell’area, usare il fisico per proteggere il pallone, attaccare il primo palo, farsi trovare sul cross e lavorare su un volume alto di palloni giocabili in zona gol. Nel suo calcio migliore, Dovbyk è un attaccante che converte molto quando la squadra gli costruisce attorno un ecosistema favorevole: ampiezza, cross, rifiniture rapide, transizioni pulite e presenza costante negli ultimi sedici metri. La Roma lo aveva preso proprio per questo. Il club, annunciandone l’acquisto nell’agosto 2024, lo aveva presentato come un rinforzo di primo piano per l’attacco, un centravanti nel pieno della maturità calcistica, con status da titolare e investimento importante alle spalle. Il problema, però, è che la stagione 2025/26 ha mostrato quanto il rendimento di Dovbyk dipenda dalla qualità e dalla natura del contesto. E la Roma, nel corso dell’anno, è cambiata parecchio.
I numeri: produzione limitata, impatto intermittente Il primo dato che salta all’occhio è quello realizzativo. Per un centravanti arrivato a Roma con il peso di dover fare la differenza, 3 gol in campionato sono un bottino insufficiente. Anche tenendo conto del minutaggio non elevatissimo e del fatto che in molte partite sia partito dalla panchina, il rendimento resta sotto le attese. C’è però una lettura più interessante dei numeri grezzi. Alcune piattaforme statistiche mostrano che il volume di occasioni potenziali create per Dovbyk non è stato così basso come il dato finale dei gol potrebbe far pensare: FootyStats, per esempio, gli attribuisce un non-penalty xG per 90 minuti molto alto, addirittura da fascia élite nel campionato, a fronte però di una conversione complessiva che non ha spostato davvero l’ago della bilancia. In pratica: Dovbyk ha continuato a occupare zone da attaccante vero, a muoversi in aree di campo dove un nove può costruire occasioni, ma senza trasformare quel potenziale in un volume realizzativo da trascinatore. Questo è un passaggio fondamentale. La sua annata non è stata quella di un centravanti totalmente fuori dal gioco o invisibile; è stata piuttosto la stagione di un attaccante che ha prodotto meno di quanto ci si aspettasse rispetto alle posizioni occupate, al ruolo e al pedigree con cui era arrivato. Una differenza sottile ma importante, perché cambia il giudizio: non siamo davanti a un corpo estraneo, ma a un giocatore che non è riuscito a far coincidere il proprio profilo con il momento tecnico e tattico della squadra.
La questione tattica: Dovbyk e la Roma che cambia Il vero nodo della stagione, probabilmente, è qui. La Roma 2025/26 non è rimasta uguale a sé stessa. Nel corso dell’anno, soprattutto nella seconda metà di stagione, l’identità offensiva si è spostata verso un calcio più aggressivo, verticale e dinamico, che ha trovato nuova linfa anche con l’inserimento di giocatori più mobili e rapidi davanti. In questo quadro, Dovbyk ha finito per sembrare un attaccante a metà strada: troppo “da area” per certi momenti della Roma, ma non abbastanza dominante in area da rendere inevitabile la sua centralità. Le letture emerse a fine stagione intorno all’attacco giallorosso vanno proprio in questa direzione. Nel bilancio stagionale dedicato ai forwards, ad esempio, il mondo vicino a Roma ha sottolineato come la squadra abbia cambiato faccia con l’arrivo di profili più dinamici, in particolare Donyell Malen: più corse in profondità, più aggressione degli spazi, più intensità senza palla, più fluidità nelle connessioni con i trequartisti e con gli esterni. In questo contesto, Dovbyk è apparso spesso meno adatto al nuovo spartito, soprattutto se utilizzato da unico riferimento avanzato. Il punto non è dire che Dovbyk sia un attaccante scarso o inadatto in assoluto. Il punto è che, se la Roma vuole un centravanti che apra il campo con continue corse, pressi in modo feroce, si muova in un sistema di rotazioni rapide e dia alla squadra una piattaforma atletica costante, allora Dovbyk non rappresenta la versione più moderna o più funzionale di quel ruolo. Se invece la Roma costruisce una squadra che lo rifornisce bene, che occupa stabilmente la trequarti e che porta molti palloni puliti in area, il suo rendimento può crescere in modo sensibile. In sostanza, la stagione 2025/26 ha sollevato una domanda precisa: la Roma deve adattare il sistema a Dovbyk, o è Dovbyk che deve adattarsi alla Roma? Fino a questo momento, la risposta è rimasta incompleta.
Il confronto con le aspettative: il peso del “9” e del prezzo Su Dovbyk ha inciso molto anche il livello di aspettativa. Non era un colpo di contorno, non era un progetto da lanciare con calma: era l’attaccante su cui la Roma aveva scelto di investire, con un costo importante e con l’idea di affidargli una parte rilevante della produzione offensiva. Per questo il giudizio sulla sua stagione non può fermarsi al classico “ha avuto pochi minuti” o “non è stato messo nelle condizioni ideali”. Un centravanti di quel livello deve, a un certo punto, riuscire a spostare partite anche quando il contesto non è perfetto. Deve alzare il livello della squadra in alcuni momenti, non solo beneficiarne. Ed è qui che l’annata 2025/26 di Dovbyk si incrina. Non tanto perché abbia fatto male in ogni singola uscita, ma perché raramente ha trasmesso la sensazione di essere il centravanti che orienta l’attacco della Roma. Più spesso è sembrato un interprete da inserire, proteggere, servire bene, piuttosto che una figura capace di trascinare da sola il reparto. Il cambio di numero e il tentativo di presentarsi come punto di riferimento offensivo avevano lasciato intuire la volontà del giocatore di prendersi definitivamente la scena. Ma la stagione ha raccontato altro: una titolarità mai del tutto blindata, un ruolo che si è andato ridimensionando e una concorrenza che, col passare dei mesi, ha finito per erodere certezze.
Cosa ha funzionato: presenza in area, riferimenti offensivi, lavoro “silenzioso” Sarebbe però ingeneroso liquidare la sua annata come una semplice bocciatura. Dovbyk ha comunque mantenuto alcune qualità riconoscibili, che spiegano perché la Roma non possa archiviare il suo profilo con superficialità.
1. Sa ancora occupare l’area da centravanti vero – È un attaccante che dà riferimenti ai compagni. Quando la Roma riesce a risalire il campo e a stabilirsi nella metà campo avversaria, Dovbyk resta un punto di appoggio naturale: attacca la porta, presidia la zona centrale, costringe i difensori a seguirlo. Non è poco, in una squadra che a volte ha faticato a riempire l’area con continuità.
2. Il volume potenziale di occasioni non è stato nullo – Il dato sugli xG suggerisce che Dovbyk non sia stato tagliato fuori dal gioco offensivo. Le occasioni, o quantomeno le premesse per crearle, ci sono state. Questo può essere letto in modo negativo (“se hai xG e non segni abbastanza, stai sottoperformando”) ma anche in modo costruttivo: un attaccante che continua a presentarsi in zone pericolose può ancora essere recuperato, a patto di migliorare il sistema e la sua fiducia.
3. Non è un centravanti anarchico – In un contesto tatticamente rigido, Dovbyk tende comunque a restare dentro la struttura. Non strappa l’equilibrio della squadra per cercare palloni a tutti i costi, non occupa spazi casuali, non vive di iniziative estemporanee. Questa disciplina può essere un pregio, se inserita in una Roma che sappia valorizzarla.
Cosa non ha funzionato: ritmo, continuità, leadership offensiva Se però bisogna spiegare perché la stagione non abbia convinto, i punti critici sono evidenti.
1. Ha inciso troppo poco rispetto al ruolo – Il primo metro di giudizio per un numero nove resta il gol. E qui il bilancio è troppo magro. Tre reti in campionato e zero in Europa League sono numeri che non reggono il confronto con le aspettative del club né con il profilo di un attaccante arrivato a Roma per fare il titolare.
2. Ha dato la sensazione di essere “reattivo” più che dominante – Molte sue prestazioni sono sembrate dipendere dalla qualità dei rifornimenti e dalla partita che gli si apriva attorno. Quando la Roma riusciva a servirlo in modo pulito, Dovbyk restava dentro il match; quando la partita richiedeva più mobilità, più pressione, più strappi in campo aperto, la sua presenza si sgonfiava.
3. La concorrenza ha messo in discussione il suo status – Il fatto che la Roma abbia trovato nuova energia offensiva con altri interpreti è probabilmente il segnale più duro per lui. Se la squadra migliora quando il centravanti cambia caratteristiche, allora il problema non è soltanto la forma del singolo: è la compatibilità tra il giocatore e l’identità della squadra. Ed è esattamente il dubbio che oggi accompagna Dovbyk.
Il peso del contesto Roma: colpe sue e colpe della squadra Un’analisi onesta deve evitare i giudizi assoluti. Perché Dovbyk ha sicuramente delle responsabilità, ma non è l’unico responsabile della sua stagione opaca. La Roma, nel corso del 2025/26, ha attraversato fasi tecniche differenti, ha modificato il proprio assetto offensivo e ha avuto bisogno di reinventare parte della sua pericolosità. Non sempre il centravanti ucraino è stato servito in condizioni ideali; non sempre ha avuto continuità di utilizzo; non sempre la squadra ha avuto una struttura pensata per far rendere un attaccante della sua natura. Anche per questo il giudizio non può essere quello di una bocciatura senza appello. Allo stesso tempo, però, il calcio di alto livello funziona così: il contesto può aiutarti o penalizzarti, ma a un certo punto conta ciò che riesci a imporre tu. E Dovbyk, nella stagione 2025/26, non è riuscito a imporre abbastanza sé stesso. Non ha costruito una narrativa di indispensabilità. Non è diventato il volto offensivo della Roma. Non ha convinto davvero né come bomber puro né come centravanti capace di trasformarsi per restare centrale nel progetto.
Il giudizio complessivo sulla sua annata Se dovessi riassumere la stagione 2025/26 di Artem Dovbyk con una formula, userei questa: annata interlocutoria, più deludente che disastrosa. Non è stata una stagione da “flop totale”, perché ci sono tracce di utilità, dati che suggeriscono un potenziale ancora presente e un contesto tattico che non sempre lo ha premiato. Ma è stata certamente una stagione insufficiente rispetto al livello di aspettativa, al costo dell’investimento e al ruolo che gli era stato immaginato. La Roma aveva bisogno di un centravanti che alzasse il soffitto offensivo della squadra; Dovbyk, per lunghi tratti, è sembrato invece un attaccante da gestire, quasi da proteggere, dentro un attacco che ha finito per cercare altrove la propria scintilla. Il punto decisivo per il futuro sarà capire se questa annata vada letta come una parentesi negativa dentro un percorso ancora recuperabile, oppure come il segnale che il matrimonio tattico tra Dovbyk e la nuova Roma non è mai davvero sbocciato.
Il futuro di Dovbyk a Roma La prossima stagione sarà quasi inevitabilmente quella della verità. Perché dopo un primo anno di ambientamento e un secondo anno senza vera esplosione, non ci saranno più molte attenuanti. Le strade sono sostanzialmente due:
- Scenario 1: la Roma decide di rilanciarlo davvero. In questo caso servirà costruirgli attorno un contesto più adatto: esterni e trequartisti che lo servano prima e meglio, più palloni in area, più situazioni da cross, più continuità di impiego. In una squadra che lo alimenti con regolarità, Dovbyk può ancora tornare un attaccante da doppia cifra abbondante.
- Scenario 2: la Roma conclude che il suo profilo non è quello giusto. Se invece il progetto tecnico continuerà a spingere verso un attacco più mobile, feroce in pressione, rapido nelle transizioni e meno centrato sul classico numero nove d’area, allora Dovbyk rischia di diventare un giocatore costoso ma laterale, utile a tratti ma non più fondamentale. E a quel punto, anche i ragionamenti di mercato smetterebbero di essere tabù.
Conclusione La stagione 2025/26 di Artem Dovbyk alla Roma è stata il contrario di ciò che i tifosi speravano: non l’anno della consacrazione, ma quello delle domande. Domande sul suo rendimento, sulla sua collocazione tattica, sulla sua capacità di reggere il peso di un grande club e sulla direzione che la Roma vuole dare al proprio attacco. Dovbyk resta un attaccante con doti precise e con un curriculum che non si cancella per una stagione opaca. Ma il calcio, soprattutto in una piazza come Roma, vive di presente e di gerarchie che si rinnovano in fretta. O la prossima annata lo riporterà al centro del progetto, oppure il 2025/26 rischierà di essere ricordato come il campionato in cui la Roma ha capito che il suo centravanti designato non era davvero il centravanti su cui costruire il futuro. Se vuoi, nel messaggio dopo posso fare una versione ancora più “giornalistica” da 1.200–1.500 parole, con titolo, occhiello, sottotitoli e chiusura da editoriale, come se fosse un pezzo da sito sportivo o da quotidiano.
FONTE: Redazione Tuttoasroma – Roberto Molinari











