Quel pugno chiuso a fine partita, quell’esultanza per un pari e per la prestazione faticosa della Roma, hanno un significato ben preciso: che qualcosa sta cambiando, Un salto avanti di mentalità, di Gasp e quindi della Roma. «Sì, ho esultato per lo spirito che abbiamo dimostrato in campo fino al novantottesimo minuto. Giocare oltre un terzo di gara in inferiorità numerica contro questo Como senza mai indietreggiare, contrastando palla su palla, è davvero tanta roba. Ho visto grande lucidità».
La Roma, al Sinigaglia, ha dimostrato di sapersi accontentare pure del punticino, cosa che con Gasp allenatore abbiamo raramente visto. Per il tecnico di Grugliasco c’è/c’era solo un modo giocare: andare avanti, a oltranza. Cercare il secondo gol, il terzo, con il rischio di concedere qualcosa agli avversari.
La Roma nell’ultimo quarto d’ora di Como è stata costretta a rinunciare, concedendo palla e iniziativa alla formazione di Fabregas, che ha già un possesso palla straripante, in quell’occasione è stato 83.8% contro il 16.2% dei giallorossi. Poco più alto del quarto d’ora precedente, con la squadra che già aveva smesso di offendere: 74.84% 25.16%. Prima di quella fase in cui abbiamo visto una Roma granitica, il possesso palla era in perfetto equilibrio.
Sono proprio i difensori e i centrocampisti che a Como hanno giocato più palloni, da Mancini, con 51, fino a de Roon con 55, partecipi pure gli esterni, Wesley e Molina con 65 e 63. Particolare elogio merita Dybala, al quale Gasp ha consegnato la gestione del pallone lontano dall’area. Paulo qualche errore lo ha commesso, spesso travolto dai pesanti difensori del Como e pure per via della stanchezza, ma ha gestito in tutto il match 47 palloni.
Di allenatori calcolatori (e vincenti) ne abbiamo visti tanti, da Trapattoni ad Allegri, passando per Capello, che da queste parti ha vinto uno scudetto. Don Fabio non rinunciava mai a Batistuta, e non solo per le straordinarie doti di bomber, ma perché nella sua area diventava il primo stopper sulle palle inattive avversarie. Una questione di dettagli. E per vincere servono anche quelli. Doveva essere Greenwood, una Roma di attaccanti, i cinquanta milioni per Mora, ed ecco invece tornano preziosi i difensori, la loro esperienza, la loro cattiveria agonistica.
FONTE: Il Messaggero











