
Il presidente Pallotta una volta critica Spalletti ad una radio Usa («Ha sbagliato la formazione», post Roma-Lione) e un’altra lo elogia («Ha azzeccato formazione e cambi», post Milan-Roma), solo casualmente con Francesco Totti (non) protagonista. E sfoggiando, se non altro, un’adeguata cultura tecnico-tattica di stampo inglese. Ci mancherebbe altro, però, che non possa farlo: lui è il padrone. Sarebbe stato giusto, però, che proprio nelle vesti di padrone della Roma avesse azzeccato la strategia per gestire il rapporto tra Spalletti e Totti. Con i due litiganti nelle vesti di suoi dipendenti, con tanti diritti e pure tanti doveri. Invece, nulla è stato gestito e ognuno, come detto, è andato, e va, per conto proprio. Alimentando – tutti, nessuno escluso – con un grosso carico di responsabilità un caso paradossale e reale nel momento più delicato della stagione. Con la Roma impegnata a garantirsi sul campo il proprio futuro, anche economico. Ma alla Roma, ormai è chiaro, non ci pensa (quasi) più nessuno. Tutti sono impegnati a pensare a se stessi, almeno fino al prossimo rimpianto.










