Sono stato settimane, mesi, a trapanare la bella testa del mio amico Rudi Garcia con il nome di Alisson Becker. «C’è un grandissimo portiere a Porto Alegre, mister, si fidi, si documenti». Leo Castan, mio alleato a Trigoria nell’opera di persuasione. Rudi si documenta, si fida, si fa a sua volta trapano. Questa volta è la testa di Walter Sabatini. Che si documenta e si fida. Alisson arriva a Roma. Deglutisce amaro ma dignitoso il «rospo» polacco e l’amore a prova di bomba che Lucio nutre per lui. Aspetta il suo momento. Arriva questo momento e ora tutti sanno chi è Alisson.
Alisson è la nemesi storica di Angelo Peruzzi. La sua evoluzione. È lui, venticinque anni dopo. Stessa corpulenza esplosiva da cinghialone con le molle, stessa presenza scenica tra i pali, ma tredici centimetri più alto. La gestione suicida del caso «Lipopill» privò la Roma di un giovane, grande portiere che poi fece la fortuna di Juventus e, orrore, Lazio. Alisson è arrivato a sanare la ferita.
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