Maestro dell’uno contro uno e del cross. Un sinistro che «cantava» e una generosità innata. Palla al piede imprendibile. Bruno Conti in mezzo al campo era tutto questo. Croce per gli avversari e delizia per chi lo aveva dalla propria parte. Tanto forte che per lui si scomodò perfino un certo Pelé, il calciatore più forte mai esistito su questo pianeta, che dopo il Mondiale vinto dagli Azzurri nel 1982, non esitò a incoronare il romanista quale suo successore. Ma quando «BrunoConti» (…) sale sul palco per «Campioni in Aula – Sport, valori e futuro», l’evento della rassegna «Lum Talks», l’aula magna della Torre «Aldo Rossi» si trasforma in una bolgia. Se gli studenti riservano una tale accoglienza ad un calciatore che in effetti non hanno mai visto giocare, non può che esserci una spiegazione. E cioè che il «7» giallorosso nella sua vita, calcistica e non, ha saputo seminare simpatia, saggezza, umiltà condite da tanta allegria. Il campione di tutti, nel vero senso della parola.
Da un Nazionale che resta scolpito nella storia del calcio italiano, a una Nazionale che anch’essa resta scolpita nella storia del calcio italiano per motivi diametralmente opposti. Se Bruno Conti è la faccia vincente, l’attuale Azzurro è la faccia scolorita del calcio di casa nostra. Il «tornante» romanista scatta una foto impietosa e indica, lui mago dei giovani (…), la ricetta per provare a svoltare: «Non è una bella cosa non essere presenti ai Mondiali per la terza volta consecutiva. Ma questa è la dimostrazione che bisogna assolutamente cominciare a riscoprire i nostri vivai, a dare fiducia ai nostri giovani. Io non ho nulla contro gli stranieri, ci mancherebbe altro. Ma credo anche che bisogna ricominciare a credere a quello che di buono abbiamo qui in casa nostra e quindi riprendere un certo tipo di lavoro. Oggi vediamo che si dà più importanza al fisico che alla tecnica, il calcio odierno è di un tatticismo esasperato e si fa fatica a vedere con frequenza il famoso uno contro uno. Bisogna ricominciare a lavorare in maniera diversa. Dico sempre che le società devono investire maggiormente sul settore giovanile per riportare sia le squadre di club che le nazionali a un livello più alto. Ma anche avere pazienza, saper aspettare il ragazzo».
Nel suo viaggio a ritroso, Conti non dimentica due tracce decisive: «La mia famiglia aveva origini umili, mio padre era muratore. Io ho inseguito con tenacia il mio sogno, dicevano che ero piccolino e invece con tenacia e carattere sono riuscito a giocare in Serie A. Ecco, nella vita non si deve mai mollare. Fra le mille cose belle che ho vissuto in tanti anni di pallone, non dimentico neppure la delusione della Coppa Campioni persa in casa, all’Olimpico contro il Liverpool, in quel maledetto 30 maggio 1984».
FONTE: Il Corriere del Mezzogiorno











