Un calcio verticale, aggressivo, martellante ed europeo. Signore e signori, ecco la Roma di Gian Piero Gasperini: è la grande bellezza. C’è un primato in classifica, c’è una città adorante, un allenatore visionario e una squadra che gioca bene al calcio. E il giorno in cui ci si sente belli e bravi sì, ma anche imperfetti, ebbene, cosa importa? Conta essere consapevoli dei propri mezzi, come lo è stata la Roma contro l’Inter (ma pure con Fiorentina, Lecce, Atalanta, Torino e Fenerbahce) e dei limiti, che Gasp conosce bene, senza mai nasconderli. Ma sognare va oltre la ragione, si sa. Ed essere protagonisti è già esaltante, partecipare alla grande sfida per lo scudetto dopo anni e anni di anonimato e di utopie, è la vera piacevole novità di questi tempi.
Non sono bastati i due gol di Lautaro, il pareggio che ha trafitto una prestazione (quasi) perfetta, la Roma ha capito che quel primo posto in classifica (insieme con l’Inter) non solo non è casuale, ma può essere consolidato. E figlio di un percorso cominciato un anno fa. C’è un prima e un dopo Gasp, che intanto è riuscito a riportare al primo colpo la Roma in Champions, quindi applausi, l’ultimo che c’era riuscito era stato Di Francesco, sette/otto anni/stagioni fa. Questa è l’occasione per salire un altro gradino, quello che porta allo scudetto.
L’Inter, lo sa bene anche Gasperini, resta ancora la più forte e lo ha dimostrato negli anni e, nelle difficoltà, pure nel 2-2 dell’Olimpico. Ma la Roma è lì, non si è fatta prendere a pallonate, come accaduto in buona parte delle due sfide della passata stagione e non solo contro i nerazzurri, ma contro un po’ tutte le, chiamiamole così, dirette concorrenti per la zona Champions. La Roma è cresciuta, anzi, oggi è esplosa: sa confrontarsi con altre grandi bellezze, anche sul palcoscenico europeo. Bella tra le belle, prima tra le prime.
La Roma, con Gasp, ha fatto un salto in avanti, ha alzato il livello del nostro campionato, specie per il modo in cui interpreta le partite: si calcio che propone, fatto di ritmo, aggressività, coraggio e una buonissima qualità, piace alla gente, che vede il proprio allenatore il mezzo per raggiungere quel fine. Che prima di lui era lontano, utopistico. Nemmeno un grande personaggio come Mourinho era riuscito ad avvicinare la Roma non tanto al traguardo, quanto alla possibilità di arrivarci. Non c’era speranza, non c’erano i mezzi, né in campo brillavano gli occhi nel vedere giocare la Roma.
A Mou va ascritto il merito di aver vinto la Conference League (e raggiunto la finale di Europa League), ed è bastato quello per far esplodere la festa grande in città, pur sapendo che in serie A, la squadra non ha mai contato. Roma ha bisogno di sognare, di sentirsi grande e questa squadra ti sa trasportare, ti trascina, a volte ti illude, ti lascia e ti riprende, come accaduto nello scorso finale di stagione, quando la Champions sembrava sfumata dopo il pari con la Juve (simile a quello con l’Inter dell’altra sera) ma lo scatto finale ha riportato il sorriso a tutti. L’attuale primato in classifica, in coabitazione con l’Inter e la Lazio, durerà almeno tre settimane, fino al mezzo giorno e mezzo di fuoco di Como, 11 ottobre prossimo.
Un altro confronto con l’altra eccellenza, Fabregas, che è inciampato a Frosinone ma la sua squadra brilla di una luce simile a quella della Roma. Che ha i personaggi giusti per crederci: dal capocannoniere Malen (che ha rinunciato alla Nazionale per infortunio) alle magie di Dybala, dall’eleganza rude di Balerdi alle giocate naïf di Koné, che segna due gol come non aveva mai fatto in carriera. Segnali, che vanno seguiti. Senza illudersi. Ma ora Gasp un pensierino ce lo fa, e la città è con lui.
FONTE: Il Messaggero











