Non è una coppa, no. Non vale Budapest e questo è chiaro. Ma ieri Gian Piero Gasperini l’ha spiegato pure a chi fa finta di non capire, quanto importante sarebbe il quarto posto, perché creerebbe un potenziale solco con chi resta indietro e avrebbe il valore di una scorciatoia verso quelli che oggi sono davanti. Poi, certo, si tratterà di imboccarla bene quella scorciatoia.
Per dirla con i pensieri dei Friedkin, per svegliare il famoso gigante non si può non passare dalla Champions. Servirebbe un esorcista, per fare i conti con Negretti e De Franceschi, con Vavra e pure Rui Barros che segna di testa, lui “alto” 158 cm, roba che Zaragoza in confronto è Crouch. Ma Gasp è lì fermo e deciso nel mostrare anche l’altro lato della medaglia: «Ci sono stati risultati negativi ma magari quelli positivi si dimenticano.
Bisogna guardare le partite vinte dalla Roma per raggiungere degli obiettivi». Koné va in panchina, perché è bene affidarsi a chi non ha fastidi (grandi o piccoli che siano): dentro El Aynaoui più di Pisilli. E in attacco, dietro al santino di Malen, Dybala con Soulé. Due argentini nello stadio che ha visto e sentito il rumore di uno dei calci di punizione più potenti (Di Bartolomei perdoni, pure lui) mai battuti nella storia della Roma, quello di Batistuta del 19 novembre 2000. Finì 1-4, oggi a Gasp (e a Roma tutta) andrebbe bene anche solo 1-2. Pure a Ryan Friedkin, che dicono si stia innamorando della quotidianità romanista.
FONTE: Il Corriere della Sera











