(…) Claudio, Re di Roma, demiurgo, santo, taumaturgo e intoccabile vate fino a ieri, somiglia ora al profilo di una divinità abbattuta, ma come diceva Jean Meslier, uno che in Dio confidava pochissimo, l’importante è che non si bestemmi: «Se crediamo a delle assurdità, commetteremo delle atrocità». E quindi no, non pensiamo che Claudio Ranieri abbia destabilizzato il contesto, contesto mai stabile per definizione, allo scopo di difendere sé stesso. E non siamo persuasi dall’idea che, con la meritata considerazione che lo ha sempre circondato, abbia deciso di derogare alla sua unica religione, il romanismo, per diventare empio e fare il male della squadra per cui ha vissuto. Ranieri ha tracciato un confine con lo stesso slogan di cui hanno abusato in tanti: «La Roma prima di tutto». Ha tentato di ristabilire un principio, di trovare una forma più equa di suddividere le responsabilità, di rimettere ordine. Forse non si è fatto capire.
Probabilmente non lo hanno capito. Con ragionevole certezza, per ragioni di convenienza, soprattutto economiche, non lo hanno voluto capire. È stato licenziato, va bene. Ma verrà il momento di capire il perché. A Roma, casa sua, gliel’hanno parcheggiato fuori dalla porta con la freddezza e l’ineleganza che si riserva agli estranei. A quelli che molestano. A quelli che importunano. Chi è che agitava la quiete? Chi disturbava davvero il manovratore? Chi è stato lo yes-man, in questa storia? Chi ha tradito? Chi ha lavo rato nell’ombra? C’è stata invidia, dolo, complotto? Se Ranieri, come è stato ingenerosamente ripetuto, era solo un esecutore delle volontà proprietarie, come mai a casa è andato proprio lui? Come suggerisce Paolo Sorrentino, è infinita la commedia delle domande e striminzita quella delle risposte, ma arriveranno, anche quelle, per chi sa aspettare. La memoria è merce deperibile. La gratitudine, il sentimento del giorno prima. (…)
FONTE: Domani











