La Roma sfiora il paradiso, l’Inter, che è perfida, la rispedisce all’inferno. Finisce due a due, con doppia rimonta di Chivu su Gasp, con la Roma bellissima nel primo tempo e l’Inter dominante nella ripresa. Due gol Koné, due Lautaro: primo posto per due. Lo scudetto è rimasto lì, non scappa, il percorso è lungo e di resistenza, capiremo se la rosa giallorossa sarà in grado di giocare tante di queste partite, facendo tremare gli avversari, sfidandoli colpo su colpo.
Bisognerà capire se i mezzi a disposizione di Gasp sono/saranno sufficienti per tenere il passo giornata dopo giornata. In sintesi: l’Inter sì, è fortissima, ma la Roma si è mostrata all’altezza, per un’ora anche migliore. Se il match ci ribadisce con forza che la squadra di Chivu resta la candidata numero uno per il titolo finale, ci racconta anche che la Roma non è più (solo) un’intrusa. E il sogno può continuare. L’Inter per quarantacinque minuti se la vede brutta, va sotto di due reti (per la quarta volta di fila), poi qualcosa va storto in casa giallorossa: un cambio affrettato (Koné), uno obbligato (…), la solita distrazione di inizio ripresa (…) e la partita finisce con i calciatori, quelli che ti devono dare la sterzata, vedi Malen e Dybala, arrotolati sulla loro stanchezza, senza più troppi spunti offensivi.
Un caso raro: Gasp comincia il match con un trio d’attacco composto da Dybala, Soulé e Malen e lo termina con gli stessi tre prescelti, sul più bello non c’erano più cartucce a disposizione. Koné, mattatore con due reti nel primo tempo, esce dopo un’ora e il centrocampo perde lucidità, senza acquisire la corsa e lo sprint che Gasp aveva immaginato inserendo Pisilli; esce Mancini, che da il la al 2-1 di Lautaro, e poi a seguire lascia il campo pure Balerdi in preda ai crampi e qualche dolorino da battaglia.
Anche Rensch a sinistra non dà il supporto che stava portando Molina (assist per il primo gol e tante sgroppate in avanti), pure lui fuori dalla mischia con qualche minuto d’anticipo. Chivu, dall’altra parte, riesce addirittura a mandare in campo due calciatori, Bonny e Pio Esposito, nel recupero, provando a dare il colpo di grazie alla Roma, che arrancava, perdeva ogni duello, arrivava in ritardo sulle seconde palle e davanti non arrivava più un pallone.
Lautaro nel frattempo si era preso gioco di Hermoso e dei due nuovi entrati, Ghilardi e Ndicka, e aveva rimesso a posto il risultato. Per non parlare di Thuram, che nella ripresa ha alzato il livello mentre la Roma lo aveva necessariamente abbassato. La squadra di Gasp ha tanto, ma non tutto per tenere alto il livello per 90 minuti e, davanti a una squadra come l’Inter, il minimo errore si paga caro. Pure Chivu torna a casa con qualche preoccupazione: subire quel dominio marcato da parte degli avversari non può lasciarlo indifferente. La reazione, almeno, lo premia.
Il primo tempo della Roma è perfetto come un orologio e bello come un dipinto. Le due/tre occasioni (casuali) dell’Inter, una con Lautaro (che forse era in fuorigioco ma non lo sapremo mai), con Bisseck che si fa ipnotizzare da Svilar e di Bastoni che scheggia il palo da posizione defilata, si perdono nella mole di gioco prodotta dalla squadra di Gasperini, che si realizza in undici tiri verso Martinez (…), tre nello specchio, e nelle due reti, entrambe di Koné, una dopo una triangolazione Molina-Dybala-Molina, l’altra dopo un assist sporco di Mancini, che andava a raccogliere da centravanti una palla telecomandata del solito Dybala.
Questo è il prodotto: il lavoro dietro è fenomenale. Gasp studia le marcature mobili: Hermoso si scambia Lautaro con Balerdi o con Mancini, (…), lo spagnolo spesso si alza su Barella, così come Cristante va ad occuparsi di Zielinski E’ un gioco di corsa, un’esplosione di energia. Molina e Wesley sono le due frecce a contrasto con Diuf e Dimarco, che attaccano raramente la profondità, cosa che accadrà nella ripresa con l’ingresso di Carlos Auguso; Malen è poco lucido nell’uno contro uno, ma utilissimo nel gioco di sponde e di rilancio.
L’Inter per la quarta volta si ritrova sotto di due gol, dopo Napoli, Real Madrid e Udinese. Il campanello d’allarme suona negli spogliatoi e la ripresa è diversa, si legge al contrario. Il pallino del gioco ce l’ha l’Inter, la Roma si abbassa, difende all’indietro, non sempre con quell’aggressività dei primi quarantacinque minuti. Basta un niente, infatti, in questo caso una fesseria di Mancini sulla trequarti e l’Inter accorcia dopo un blitz in contropiede, assist di Thuram e tocco velenoso di Lautaro, sul quale un po’ si addormenta pure Hermoso.
E la partita si rimette in piedi su un episodio, subito, come con l’Atalanta. Il solito inizio ripresa da rivedere. Mancanza di concentrazione? Sentirsi già appagati? Forse. Chivu prova a scalare la montagna e pian piano ci riesce. Come detto, i cambi stavolta sono illuminanti per lui più che per Gasp. Il tecnico rumeno toglie nel giro di dieci minuti Jones e Dimarco per Sucic e Carlos Augusto, poi Luis Henrique per Bastoni; Gasp risponde con un tris: Mancini, Koné e Molina fuori, dentro Ndicka, Pisilli e Rensch. Gasp capisce che è il momento di mettere qualche tampone e in questa logica entra pure l’inserimento di Ghilardi per Balerdi, che non reggeva più
Martinez, compie un miracolo su Malen, respingendo di faccia un tiro a botta sicura, ed è questa l’ultima vera occasione per la Roma nella ripresa, la palla che avrebbe steso l’Inter. Martinez è fortunato più che bravo. L’Inter invece è costante nel crearsi spazi ai lati, Wesley si perde Thuram, Hermoso chiude tardi su Lautaro e la frittata è fatta. Due a due, con il pari sfiorato pochi secondi prima con un colpo di testa del francese ben respinto da Svilar. Castro è pronto a entrare, ma Gasp è costretto a togliere Hermoso (…), e lì davanti per quei tre si fa dura.
FONTE: Il Messaggero – A. Angeloni











